lunedì 18 settembre 2017

E se votassi il partito dei cani?

Ieri mattina, alla vicina area di sgambamento cani, arrivano due giovani coppie, ognuna con relativo bimbo e cane.
L'area è impraticabile per vie delle copiose piogge di questi giorni, ragion per cui i 2 cani vengono fatti entrare nell'area e i 4 genitori si accocolano lungo la rete esterna, dove si vanno a posizionare prontamente i cani (che non sgambano per niente, ma in compenso vi depongono poderose cacche), insistendo i genitori con i pargoli affinché le moine ai cani con la lingua sbavante di fuori e oltre rete.
Uno dei due bambini proprio non ne voleva sapere: circa 3 anni (forse due e mezzo), continuava ad allontanarsi provando le corse in solitaria lungo il marciapiede adiacente.
"Vieni qui, vieni a fare le coccole a (Pucci? Mucci? Frisky? chi se lo ricorda...)".
Riportato alla base, il bimbo veniva quindi forzato a infilare il ditino nella rete per farselo leccare dal cane sbavante, solo che non appena eseguito quanto richiesto il piccolo tornava a darsela a gambette levate verso il libero marciapiede da esplorare.

Una mezz'ora di rappresentazione del futuro canino che ci aspetta: i figli portati fuori con il cane e costretti a dimostrare un gioioso affetto verso l'animale anche quando l'istinto li porterebbe a sperimentare l'euforica improvvisa libertà di poter correre per sbucciarsi le ginocchia.
(Ma i bambini si sbucciano ancora le ginocchia? O non si usa più?)

Leggevo in questi giorni del nuovo Partito Animalista di Vittoria Brambilla, che se ricordo bene l'aveva già minacciato più volte in passato e in questo sostenuta, allora come ora, dall'amico B., dotato all'epoca di un bianco Dudù, molto fotogenico e molto chic, del quale però non so più niente (tempo fa mi pareva di aver letto che aveva poi dovuto sbarazzarsene per ragioni di salute...povero Dudù...).

Stasera, ripensando ai bambini di ieri e alla Brambilla di oggi, ho ricordato un mio vecchio post sull'amore contrastato fra umani e animali ("gli animali sono meglio degli umani", si diceva), e mi chiedevo quanti fossero oggi in Italia gli animali domestici, vista la mia sensazione di un progressivo aumento di cani (e relative cacche) in giro per il paese.

Secondo un pezzo pubblicato da Linkiesta, Eurispes nel 2016 parlava di 60 milioni di animali domestici, fra i quali circa 7 milioni di cani, 7 milioni e mezzo di gatti, 30 milioni di pesci rossi, 13 milioni di uccellini vari, più tartarughe, roditori, iguana e rettili. 
Nel 2012 erano circa 5 mln i cani, 5mln e mezzo i gatti. 
Circa + 2 milioni di cani e + 2 milioni di gatti in 5 anni.
Per dire... 
(e non voglio indagare il volume d'affari del settore, ché già a marzo del 2012 si attestava intorno ai 10 mlrd e mezzo di euro)

E' evidente che se facciamo meno figli, ci diamo in compenso sotto con gli animali da compagnia (anche se mi riesce difficile considerare "da compagnia" un iguana o un serpente qualunque, ma chi sono io per giudicare i gusti altrui?).

Poi, a quel che ho visto appunto ieri mattina, in caso arrivino dei figli, questi vengono educati a condividere le attenzioni dei genitori per l'animale di casa il quale, avendo esigenze diverse, in qualche modo detta l'agenda: si porta fuori il figlio per portare fuori il cane, o viceversa?
E se scappa il cane e devi rincorrerlo, molli il figlio per salvare il cane?
E se scappa il figlio, lo rincorri con il cane al guinzaglio o fai liberi tutti e ci si ritrova a casa quando volete ché son stufa di corrervi dietro?

Arrivando al punto, mi chiedevo: ma se quelli che amano gli animali domestici, quelli che l'unico amore vero è quello del cane o del gatto, votassero tutti il Partito della Brambilla?

Lei, per come la vedo io, è una furba di gran talento: fatti due conti a spanne, anche raccattasse metà dei voti dei proprietari di cani o gatti, avrebbe di che andare fiera di sé in Parlamento.
Poi, dato che non siamo nati ieri e non veniamo giù dai monti con la piena, è abbastanza scontato pensare a una strategia a tenaglia: lei raccatta voti dagli animalisti, B. ne raccatta altri a destra e a manca, vista la penosa situazione politica in cui ci troviamo, e mettendoli insieme fanno cappotto.
(Renzi, vai che ti saluto volentieri...)

Poi non dite che non vi avevo avvisati.

P.S. Nel caso ve lo chiedeste, ve lo anticipo e così si va avanti spediti: dovessi decidere di perdere quella mezz'ora per andare ai seggi delle prossime elezioni, voterei senz'altro la Brambilla: ne abbiamo viste di ben meno preparate... 
Poi, cani per cani, almeno quelli col pelo si accontentano di un osso finto per giocare.
Gli altri, quelli che il pelo scarso se lo radono, e sono parecchi, continuano a spolparti anche molto dopo che non è rimasto più nemmeno il midollo da succhiare.
E infine, sai che bello tornare ai vecchi scandali sulle olgettine e le feste eleganti?
Sarà anche stato un po' retrò e forse poco istituzionale, d'accordo, ma almeno si aveva qualcosa di cui parlare la domenica e, fin lì, più o meno, qualche scampolo di istituzione ancora l'avevamo. O no?
Oggi, di che vuoi più parlare, senza sentirti cadere in un vortice di depressione nel giro di pochi minuti?

Sì, stavamo meglio quando ci pareva di stare peggio.
Ma, come sperimentiamo da sempre, al peggio non c'é mai fine.
Quindi, scusate, ma al punto (tragico) in cui siamo, a me un po' di varietà con cani e un po' di succoso gossip retrò non mi farebbero troppa mala impressione.

lunedì 11 settembre 2017

16 anni dopo, Shiva il Danzatore

"Hanno buttato giù le Torri del World Trade Center di New York. Non l'hai saputo?".

Solo in quel momento, catturata più dal tono della voce che dalla notizia, mi fermo e chiedo di cosa stesse parlando, il collega. 
Non avendo idea se parlasse di qualche film andato in onda alla tv poco prima di arrivare al lavoro, o cosa...
Mi spiega che no, alla tv facevano vedere gli impatti degli aerei sulle Torri Gemelle, che queste venivano giù come fossero castelli di sabbia, che dentro le Torri c'erano migliaia di persone, che venendo giù le Torri come polvere investivano di detriti anche quelli che sotto scappavano in uno scenario apocalittico.
La sera alle 8 avevo una lezione di yoga:" Non guardate quelle immagini, non fatevi condizionare da ciò che vedete. Ho parlato nel pomeriggio con un maestro indiano che vive negli Stati Uniti: dice che ciò che è accaduto, ciò che sta accadendo, è una bugia, un incantamento delle coscienze che non corrisponde alla verità, che è necessario attendere a mente lucida per conoscere un giorno la verità".
Cinica e pacifista a modo mio, ho faticato a capire il senso di ciò che mi stava dicendo, la mia insegnante-guru.
Ho pensato anzi:" Sì, ok, ora ci raccontiamo che è Māyā, il mondo delle illusioni, che tutto ciò che nasce è destinato a morire e pertanto nulla deve turbarci perché è Lila, il gioco dell'Universo, e tanto vale staccarsi dall'illusione del contingente e rilassarsi con una bella seduta di yoga".
Insomma, nulla di tutto ciò è reale, quindi distraiamoci.
Ancora non avevo visto una sola immagine alla tv e già qualcuno mi metteva in difficoltà su cosa avrei dovuto pensarne quando le avessi viste: da una parte l'autentico scossone emotivo del papà di un bambino, alla segreteria del centro sportivo dove allora lavoravo, che per primo mi aveva comunicato un fatto di cui non comprendevo il senso, e poi l'agitazione preoccupata del responsabile impianto, che in qualche modo aveva scosso la mia imperturbabile concentrazione sul lavoro più per come ne parlava che per ciò che mi andava dicendo. 
Dall'altra, la mia guru spirituale che mi premoniva di non credere a ciò che avrei visto, qualcosa che un guru ancora più lontano e avvolto in un'aura di fantomatico misticismo aveva detto a lei, mi provavano a convincere che nulla era come sembrava, così che avrei dovuto interpretare la cosa come una sorta di magheggio il cui scopo era precipitare il mondo in uno stato di illusione fantasmagorica.
Solo il giorno dopo vidi per la prima volta le immagini in tv, e poi per giorni non riuscii a staccarmene, rapita da un senso di irrealtà che mi precipitava emotivamente in uno dei peggiori incubi che la mia mente avesse potuto fin lì concepire (e ne so concepire di tremendi).
Dei consigli della mia guru francamente non ne avevo più mempria già dopo un quarto d'ora di tv, tanta era la "fame" di capire davvero che stavo incollata lì, immobile e stordita, a cercare qualcosa che non potevo capire davvero.
Negli anni, da allora, ho visto quintali di filmati, lette migliaia di parole, scavato nella rete ogni qual volta emergeva un nuovo dettaglio, una nuova ipotesi, l'opinione di qualche esperto, di qualche studioso, di qualche giornalista fuori dal gioco e che per anni ha continuato a scavare e ad analizzare fotogramma per fotogramma quelle immagini, per provare a dare un senso all'assurdo.
Oggi, 16 anni dopo, l'idea che me ne sono fatta è perfettamente aderente allo strampalato consiglio arrivatomi dopo poche ore via guru americano: nulla di ciò che avevo visto alla tv era ciò che sembrava, tranne i morti.
Quelli, come poi ho imparato a capire, sono sempre veri.
Vere sono spesso anche le scenografie, i "fondali", la composizione teatrale della rappresentazione.
Falsi come il demonio i racconti ufficiali sui fatti, veri quanto può esserlo una commedia, falso quanto può esserlo ogni opera di fantasia a teatro.
Tutto, ora mi è più chiaro di sempre, è davvero māyā: parole, pensieri, racconti, immagini, distraggono la mente dalla realtà oggettiva, al punto che questa arriva a confondersi, oscurata com'è da tutto ciò che non sono i fatti osservati senza frastornarli di pensieri o giudizi.
Illusionismo, inganno, māyā.
Ciò che consola è la certezza che nel gioco di Lila danza Shiva, il creatore e il distruttore di ogni cosa.
Come ben ne descrive la simbologia Heinrich Zimmer in Myth and Symbols in Indian Art and Civilation:
"I suoi gesti sfrenati e pieni di grazia evidenziano l'illusione cosmica; l'aleggiare delle sue braccia e delle sue gambe e l'ondeggiare del suo tronco producono - anzi sono - la continua creazione -distruzione dell'universo, dove la morte è in perfetto equilibrio con la nascita, l'annichilamento è l'esito del venire in essere"
Sulla simbologia della danza di Shiva, Coomaraswamy scrive più preciso in The dance oh Shiva:
 "I vari significati della sua danza sono espressi dai particolari di questa figura complessa e vivida. La mano destra superiore della divinità tiene un tamburo per simboleggiare il suono primordiale della creazione, la mano sinistra superiore regge una fiamma, l'elemento della distruzione. L'equilibrio delle due mani rappresenta l'equilibrio dinamico di creazione e distruzione nel mondo, reso ancora più evidente dalla calma e dalla serenità del volto del Danzatore, al centro tra le due mani, in cui la polarità di creazione e distruzione è dissolta e trascesa. La seconda mano destra è alzata nel segno del "non temere", e simboleggia la conservazione, la protezione e la pace, mentre l'altra mano sinistra è rivolta in basso verso il piede sollevato che simboleggia la liberazione dall'incantesimo della māyā. Il dio è rappresentato mentre danza sul corpo di un demone, il simbolo dell'ignoranza umana che dev'essere sconfitta prima che possa raggiungere la liberazione.

mercoledì 30 agosto 2017

Con le migliori intenzioni

Sembrava un fake, l'immagine qui sopra, quando un paio di giorni fa l'ho trovata che girava su Twitter.
Invece no, è davvero inserita nel pieghevole che promuoveva una manifestazione culturale - "Insegui l'arte" - organizzata dal comune di Badolato e Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, in quel di Catanzaro, Calabria.
Leggendo il programma del volantino qui sotto, scovato in rete, apprendo che l'iniziativa proponeva un itinerario artistico e culturale allo scopo di far conoscere i bei borghi della zona, ed è senza dubbio programma meritevole.

Peccato che quell'immagine abbia provocato in me tutt'altra suggestione.
In ogni caso, capisco che la santificazione nazionale del Buon Selvaggio, quello da salvare da guerre e fame, richieda ormai a ogni comitato feste e sagre locale di far entrare nei pacchetti di promozione turistica la questione migranti: bisognerà pur trovar loro una qualche collocazione sociale che sostenga la favoletta dell'integrazione, no? 
Quindi, perché non buttar nel programma "borghi" anche un "momento di riflessione su temi quali: l’accoglienza e l’integrazione dei migranti, l’operato dei volontari e missionari nei campi profughi e in Africa, la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturalistico e demo-etno-antropologico"
Non che mi sia così chiaro come stiano insieme i "borghi" da riscoprire con il "patrimonio naturalistico e demo-etno-antropologico".  
Diciamo che mi da l'idea di un voler includere tutto lo scibile umano nel titolo pur di trovare una qualche ragione pregevole per giustificare la presenza (ovviamente "attiva") di nigeriani (?) o senegalesi (?), in quell'itinerario fra i borghi catanzaresi.
Che c'entrano?
E va be', non è questo il punto. 
Il punto è che la prima cosa cui mi ha fatto pensare l'immagine sopra non è tanto ai borghi, quanto a una promozione di vacanze esotiche per signore attempate e in fregola.
Avete presente? 
Quelle vacanze per sole signore che, da ormai parecchi anni, le vedono partire per paesi sole e mare per tornare come rivitalizzate da una segreta passione.
Le vacanze infatti sono su isole o paesi esotici dove si sanno essere disponibili amanti neri occasionali. 
I quali,  regalano l'illusione di un romanzo d'amore in formato mordi&fuggi (ma prima di fuggire, paga), che contempla l'approccio sgamato e saputo da parte di giovani mandrilli locali.
Questi, addestratissim gigolò e astuti quel che basta, interpretano alla perfezione il ruolo dell'innamorato (le signore non fanno mai "turismo sessuale", vivono solo brevi intense storie d'amore, si sa) allo scopo di ottenerne in cambio soldi (anche se di soldi non si parla mai, basta metterglieli in tasca o lasciarglieli sul comodino), regali (possibilmente rivendibili) e (perché no?) la pur remota possibilità di raggiungere "l'amata" a sue spese.
E con questa, magari, un lussuoso permesso di soggiorno in quel ricco occidente che la signora gli rappresenta.
Del fenomeno del turismo sessuale femminile cui mi riferisco ne ha parlato qualche tempo fa Linkiesta, caso mai qualcuno volesse farsene un'idea.

Così, di suggestione in suggestione, m'é venuta pure questa: ecco forse perché ci importano giovani manzi nel pieno della loro esplosione ormonale: qui la popolazione invecchia, e molte sono le signore di una certà età che non se la passano male economicamente. E, si sa, saper esibire un amante/servetto di pelle nera ha sempre quel certo fascino fin da quando i servetti neri si esibivano nei salotti settecenteschi.
Poi, per le signore in miseria che il servetto nero non se lo possono permettere, si può sempre consentirgli di arrotondare strappando loro dal collo catenine d'oro o rubando i loro risparmi gelosamente nascosti per il previsto trapasso sotto al materasso. 

Insomma, a ragionar di amanti esotici e pronti all'uso, vien facile capire come finisca (quasi) sempre che a sostenere col cuore in mano il migrante che scappa dalle guerre e dalla fame, poi trovi puntualmente delle signore arzille e benestanti che la mettono sugli scambi culturali e sull'inclusione sociale, ma solo quel che basta a giustificarsi quel recondito desiderio di servetto negro da tenere in salotto, che fa tanto antica nobiltà.

Non volendolo, perché sicuramente sono stati mal consigliati nell'uso di quella immagine, ringrazio tuttavia gli organizzatori dell'evento culturale calabrese per avermi ricordato come, spesso, dietro le più nobili intenzioni si nasconda quel virus bifido che da una parte puzza di bieco paternalismo, dall'altra di sottostante desiderio di schiavismo.
Fosse anche "d'amore".
Insomma, accogliamoli purché non ci sporchino i tappeti e sappiano portare in tavola con grazia i flut con lo champagne.
Se poi ci scappa pure un friccico extra, perché no? Se paghi, puoi avere qualunque cosa.
In fondo loro poi amano così tanto i poveri, i derelitti e i neri: per questo fanno tanto volontariato e stanno sempre per canoniche: è lì che se ne trovano in abbondanza.
Ma mica son razziste, le signore perbene, anzi: lo fanno per il bene altrui, per far sentire poveri e pidocchiosi un po' "amati".
Illudendosi naturalmente di esserne riamate.
Ed è lì, di solito, che le prendono sui denti...

sabato 19 agosto 2017

Imagine all the people 🎶...

Sto leggendo Montenegro, autobiografia di Bato Tomašević.
La storia della sua vita è strettamente intrecciata a quella del Montenegro e alla nascita e fine dell'ex Jugoslavia.
Impara la storia del suo paese dai racconti del padre e del nonno, già bambino sa perché degli albanesi non ci si può fidare e quali gesta eroiche hanno compiuto i tanti personaggi Montenegrini onorati da statue e luoghi, quali epiche battaglie siano state perse o vinte contro i turchi.
Il padre gli insegna fin da bambino, così come lo insegna anche alla giovane moglie, il concetto di autodifesa: saper sparare, in caso di necessità, può fare tutta la differenza fra vivere e morire. 
Gli insegna che convivere con turchi, kosovari e albanesi, tutti con una buona ragione per odiare i Montenegrini, è questione di reciproche convenienze e quotidiane trattative. Ma anche che nessuno può garantire nessuno, perché le antiche ingiustizie covano silenziose solo fino al giorno in cui basterà un niente, per farle riesplodere in nuove sanguinose guerre.
Il padre gli insegna sì, l'arte della mediazione, il potere della legge, la maggiore convenienza per tutti della pace. 
Ma insieme gli insegna la storia.
E a saper sparare.
Perché non basta volere la pace e la giustizia, bisogna tener conto della guerra e della più insignificante personale ingiustizia che può scatenarla.

Poi sbircio in questi giorni le notizie da Barcellona, e noto gli ormai abituali dettagli: il furgone sulla folla (variante del camion), i documenti lasciati nel furgone (puntuali come un orologio svizzero), tutti gli attentatori uccisi tranne uno, il solito che riesce sempre a scappare. 
Mai chiedersi la ragione per cui non vengono mai presi vivi, a parte il fesso del Bataclan, preso (non che sia troppo certa di nulla, eh?) e fatto sparire in un carcere calando su di lui il silenzio del segreto di Stato. E anche questa del segreto di Stato su un pirla che va a fare il bombarolo islamico con un passato da checca nei locali gay pieno di canne e alcool da da pensare...
Mai chiedersi poi perché gli attentatori non assaltino mai luoghi istituzionali, perché se la prendano solo con inermi civili e mai con i potenti cui devono la loro spesso grama sorte.

Su tutto, a sembrarmi assurda è la reazione "mondiale": candeline, gessetti, "non riusciranno a cambiare il nostro stile di vita", tweet con gattini innocenti e frasette stupefacenti tipo "I terroristi non rimarranno impuniti" (detta quando sono già morti).
Sembra di assistere alla replica sempre dello stesso film, quasi fossero anche le reazioni alla tragedia preordinate, pilotate: nessuno può essere cattivo, tutti dobbiamo essere buoni, invito a non pubblicare foto della tragedia sui social (metti che ci spaventino...).
Di fronte alle tragedie dei morti per terrorismo (islamico?), l'unica reazione possibile concessa è quella di un tweet con lacrima e una piazza con lumini e fiori.
Insomma, reazioni da cartoni animati.

Racconta Bato Tomaševićdi quando in Montenegro arrivarono i tedeschi e poi gli italiani, nel 1941.
In paese erano tutti pronti a reagire contro l'occupazione, ma il padre di Bato, che all'epoca era capo di una polizia montenegrina ancora in fasce (e che tentava di stabilire una legge di civiltà che impedisse a tutti di reagire nell'atavica idea di giustizia dell'occhio per occhio e dente per dente), consiglia tutti di aspettare, di attendere di vedere come si sarebbero messe le cose, prima di caricare le canne dei fucili.
E per un po' le cose vanno bene, gli italiani organizzano perfino feste da ballo e sono gentili. Anzi, al padre poliziotto di Bato propongono una collaborazione allo scopo di fare andare tutto per il meglio.
Va bene, ovviamente, fino a che non va male. 
Quando chiedono la requisizione delle armi che tutti hanno in casa, qualcuno non ci sta.
Quindi gli italiani chiedono maggiore collaborazione: vogliono le liste di chi non ha consegnato le armi e anche di chi ha simpatie comuniste. E i delatori, si sa, sono sempre presenti con le migliori intenzioni, basta poco per far di un cittadino un traditore quando c'é di mezzo un pezzo di pane in più o una promozione da contadino a cecchino con paga sicura, in tempi di occupazione.
Bato ha 11/12 anni, quando si trova a entrare per caso fra le fila dei partigiani: la sorella è già a combattere, e il padre in prigione per non aver tradito i suoi principi di lealtà verso i suoi concittadini.

So che è azzardato fare paragoni fra la complicatissima storia dei paesi dell'ex Jugoslavia e la Barcellona dell'altro ieri o il Bataclan di qualche tempo fa, però non riesco a non chiedermi se queste candeline, questi tweet commossi e pii, se queste reazioni educate e piene di buoni sentimenti non siano parte del processo rieducativo che gli attentati procurano di insegnarci: noi, di fronte all'aggressore, non dobbiamo reagire.
Candeline e canzoncine ci stanno inculcando l'idea che il nemico è imprendibile, che nemmeno eserciti e polizie possono prevederne le mosse, quindi è inutile reagire, meglio piangere e twittare.
Stanno cancellando dalla nostra memoria l'idea, vecchia ma eterna nel suo valore, che di fronte ai morti ammazzati dal nemico fantasmatico l'unica cosa da fare è ricambiare il favore.
Noi possiamo piangere e portare candeline ma non, mai, chiedere un'immediata chiusura dei porti, un rimpatrio immediato senza se e senza ma di tutti gli immigrati, clandestini e non, e una militarizzazione delle aree ormai occupate e autonomamente gestite da immigrati di seconda e terza generazione, dove ormai nemmeno la polizia entra più.
Non sono tutti uguali gli immigrati, lo so bene. 
Non tutti gli islamici sono kamikaze e non tutti gli immigrati prendono a botte i controllori degli autobus che chiedono di esibire il biglietto, lo so: sono cresciuta con i vù cumprà sulla spiaggia e alla porta, e so che nessun vù cumprà prendeva a botte i controllori né andava a falciare gente sulle ramblas.
Ma credo che, ammesso che appunto non si tratti di "processi rieducativi" di cui siamo destinatari (idea di cui mi vado convincendo), quando il nemico ti spara (o ti passa sopra con un camion o un furgone), ritenere tutti gli altri suoi compaesani dei potenziali nemici sia l'unica normale reazione di ragionevole autodifesa.
Se invece mi imponi candeline e gattini (o gessetti), il mio primo nemico sei tu, che disinneschi ogni mia normale reazione cambiandola ogni volta nel segno opposto, che il potenziale nemico lo vai a prendere direttamente a casa sua, che al potenziale nemico fornisci assistenza, servizi e sanità che sottrai di volta in volta ai tuoi concittadini.

Poi c'é questo fatto: le abitudini tendono nel tempo a cambiare la nostra percezione del pericolo. Avanti così, a morti ammazzati pianti senza reazione e con candeline, e finiremo per amareun giorno i nostri boia e per ringraziarli quando, un giorno non lontano, condanneranno alla stanza 101 qualcuno per essersi rifiutato di commuoversi con un tweet o un gattino.
La civiltà occidentale odierna è frutto di passate guerre e pistole.
Candeline e gattini sono la sedazione necessaria alla completa realizzazione della soft-dittatura odierna, quella che stiamo già vivendo. 
Ma che a fatica vediamo, sommersi ogni giorno e su tutto, da valanghe di negazioni della realtà che pur abbiamo sotto ai nostri occhi, dei quali però non osiamo fidarci più (i nostri occhi producono solo fake news, ci insegnano; la verità è solo quella offerta dal GF cui siamo chiamati a credere).

venerdì 4 agosto 2017

Fra Zara e Porto Marghera

Enzo Bettiza, nel suo Esilio che ho in lettura in questi giorni, racconta un episodio della sua adolescenza a Zara.
A un pranzo domenicale, in casa degli zii, il giovane figlio dello zio Ugo, arcigno professore di matematica, che studia in Italia, è tutto preso a magnificare la Roma fascista contro il padre, tuttaltro che incline alle esaltazioni ideali: 
"Vuoi forse dire che Mussolini, il quale ha fatto solo del bene all'Italia, potrebbe essere paragonato ai peggiori satrapi della storia?".
Senza degnare di uno sguardo il figlio sovreccitato, senza alzare la voce, lasciò sgorgare dalle labbra austere un paio di sentenze ambiguamente sospese fra passato, presente e futuro. Ecco all'incirca il senso di ciò che lo zio Ugo disse, non solo a Tonin, ma a tutti noi commensali della domenica:
"Nerone ricostruì in parte Roma per potersi godere meglio lo spettacolo dell'incendio che poi le appiccò. Chissà quanti schiavi perirono nell'edificazione dell'enorme palazzo di Diocleziano a Spalato. Lo zar Pietro eresse la sua San Pietroburgo su montagne di cadaveri di poveri contadini russi costretti con la frusta a trascinare marmi e travi fra le malsane paludi del Baltico. Costruire per distruggere, distruggere per costruire è la doppia specialità dei grandi tiranni. Ancora una volta a Roma e perfino a Berlino, che nel Settecento era poco più di un villaggio, s'innalzano senza sosta nuove architetture imitando goffamente quelle antiche. A che pro? Si vuole forse anticipare nelle recenti costruzioni la loro imminente distruzione? Sarà la guerra, vedrete, la guerra che ormai è in atto, a dirci fra poco che nei falsi costruttori odierni si celavano in realtà i veri distruttori dell'Italia e della Germania e di altre nazioni europee. Che Dio ci liberi dai dilettanti folli! Potete forse aspettarvi qualcosa di positivo da un imbianchino che si crede un geniale architetto, o da un ignorante maestro elementare che non sa neppure distinguere il Colosseo dal Circo Massimo?"
La sentenza dello zio Ugo ha una sua eterna attualità.
Anche oggi, commentiamo gli odierni imbianchini e maestri elementari restando però acquattati nell'angusto ambito della nostra contemporaneità, impediti a misurarli in una prospettiva storica dall'impellenza dell' idiozia quotidiana.
Intuiamo a volte l'avvicinarsi di una sempre possibile guerra e non vediamo la guerra silenziosa e tragica già in corso, quella che lascia vite e sofferenze sul campo al solo scopo di nutrire ego da imbianchini o ignoranti maestri elementari che non sanno distinguere il Colosseo dal Circo Massimo.

Diocleziano ha lasciato un palazzo costato morti e sofferenze delle quali nessuno ha memoria.
Spalato - Palazzo di Diocleziano
Dei contadini morti per edificare San Pietroburgo non si è tenuto alcuna conta, basta a tutti la gloria dello Zar.
San Pietroburgo
Del recente passato italiano ci rimane invece Porto Marghera, "patrimonio" ormai soggetto a commemorazione del centenario - 1917-2017 - (tipo una Shoah industriale), grazie a un decreto del 2016 (opere degne di restauro a marcire negli scantinati, ma pronti fondi per onorare l'industria madre di ogni avvelenamento, dell'aria, dell'economia, della politica). 
Nous sommes italiens...
Petrolchimico Porto Marghera visto da Venezia
L'archeologia industriale viene molto bene in foto, e non potendola abbattere per via dei mastodontici costi (poi a volte ci provano, ma non vuole venire giù), se ne fa oggetto di turismo didattico-culturale.
Dei morti gasati, degli scioperi operai pagati a pane tolto di bocca ai figli, delle vite umane avvelenate se ne faranno riviste patinate, dibattiti colti, possibilmente film e documentari da distribuire nelle scuole (a insegnare cosa? Come si disfa un paese proprio mentre lo si commemora nella grandezza industriale che fu?).
Rendono meglio, gli ex operai di Porto Marghera, dei contadini russi che costruirono San Pietroburgo.
Tanto per dire che i tiranni di oggi lo sono fino in fondo, senza inutili tremori davanti alle oscenità: prima ti mangiano la carne, succhiandoti tutto fino all'osso. 
Poi ti monumentalizzano le ossa e ti rivendono come oggetto didattico-turistico-culturale, mettendola giù così bene che pare perfino ti avessero un tempo, da vivo, amato.
Serve sempre e solo a guadagnare, l'amore a tema del tiranno odierno. 

Ma che importa, l'horror ormai vende quanto e meglio di una love story, ché il brividino è più intenso davanti al turpe che di fronte alla bellezza venduta in serie che finisce per addormentare i sensi.

Basta che le cose luccichino un po', che brillino quel tanto che serve a continuare la farsa degli inganni scattandoci qualche selfie davanti all'ultimo orrore messo a bottega. 

Mi raccontano che a Spalato e a Dubrovnick, le guide turistiche sono ormai prese d'assalto ma solo per conoscere i posti de Il Trono di Spade.
Di Diocleziano, chissene...
Chi era? Se non è il personaggio noto di una serie tv non se lo fila nessuno...
Forse sarebbe il caso di fare una serie tv anche su Porto Marghera: certi storici operai capipopolo diverrebbero ottima attrazione per il turismo industriale, capace a quel punto di far da traino portando turisti - perfino - a visitare la Malcontenta. 
Basta organizzare di girarvi una puntata ed è fatta: su e giù di orde di dementi con il bastoncino in mano...
Villa Foscari - detta La Malcontenta