martedì 24 maggio 2016

Kaputt (Lettere ai giovani tedeschi - 1952)

Abbozzi di Lettera agli intellettuali tedeschi e di Lettera alla gioventù tedesca di Curzio Malaparte la cui datazione è da far risalire al 1952.
Questi documenti sono stati pubblicati in coda nella ristampa di Kaputt per Ed. Oscar Mondadori del dicembre 1979.


Riporto integralmente questi documenti perché, mentre Malaparte scrive di non voler fare profezie, letto oggi si rivela invece un profeta precisissimo. Di una precisione inquietante al punto che, leggendo alcuni passaggi, un pensiero mi si è affacciato alla mente: " E se la storia vera, quella la cui regia avviene sempre dietro le quinte, mai in chiaro e sui media, non fosse andata come l'ho studiata a scuola?"
Non lo saprò mai, è evidente.
E però, ciò di cui parla Malaparte in questo Kaputt (ma anche il La pelle), non l'avrei mai saputo in alcuni illuminanti dettagli se non l'avesse scritto lui.

sabato 21 maggio 2016

Il Genio italico in modalità On

"...Negli ultimi decenni l'Italia ha avuto una gestione "leggermente miope" della globalizzazione e dell'internazionalizzazione. "La classe dirigente per anni ha detto che la globalizzazione era un pericolo e chi andava all'estero ad aprire fabbriche faceva solo il furbo". Invece la globalizzazione "è una grande occasione e l'Italia può esprimere la sua grande forza".  Da Rainews.it
Non so chi gli scriva i testi o se, come si usa, prima di prendere la parola si fosse fatto un aperitivo a stomaco vuoto.
Il fatto è che si ha sempre più l'impressione che le spari a braccio affidandosi a una sorta di malriposta fiducia nella sua idea di italica creatività: spararle in fretta e spararne tante, così da frastornarsi da solo al punto da non riuscire più a sentire se stesso mentre parla.

Bisogna ammettere però che a volte c'imbrocca: come non essere d'accordo con lui là dove dice che l'Italia ha avuto una gestione** "leggermente miope"?
Avrei parlato di cieca furia distruttrice ma è sabato, e bisogna accontentarsi del mezzo servizio.
Dove poi parla invece di "classe dirigente che per anni ha detto...che chi apriva le fabbriche all'estero faceva il furbo", dico che si tratta di autentico genio italico.

Se infatti mi intende con classe dirigente i governi che l'hanno preceduto, che la delocalizzazione delle aziende italiane l'ha sponsorizzata e finanziata, sta velatamente dando dei furbi ad amatissimi personaggi come Monti, Fornero, e chi per loro. 
Cioè tutta gente sua, voluta e imposta dal suo stesso Pd con in testa quei 2 PdR i quali, uno prima l'altro ora, ancora giusto un mese fa esaltavano da una parte la sacra Resistenza nonché la "Costituzione più bella del mondo" che da quella è nata. 
Dall'altra, grazie al triplo salto mortale garantito dalla teresina in modalità On, che con l'età è sempre operativa, incitavano gli italiani a votare Sì allo stravolgimento di quella stessa Costituzione in ossequio a fantomatiche esigenze di crescita e sviluppo.
Cioè in ossequio all'interesse superiore di quelle Corporations che quelle riforme le chiedono ormai da anni perché funzionali all'agognata firma del Ttip, possibile solo se anche l'Italia attua quelle modifiche costituzionali senza le quali le due diverse sovranità, Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza e Superiore Legge del Mercato, entrerebbero in conflitto permanente fra loro. 
Ma il genio rignanese lo sa, e lo dice pure, a modo suo, cioè sparandole in fretta così da non sentirsi mentre parla. 
Tant'é che, con grande trasparenza e indubbio sprezzo del pericolo, aggiunge che "...se non passano le riforme", il Paese sarà ingoverrnabile e diventerà "il paradiso terrestre degli inciuci".
Chapeau!
Di meglio non poteva fare per convincerci che a questo tipo di sviluppo e crescita servono le riforme costituzionali: a dare definitivamente in mano alle classi dirigenti delle multinazionali la gestione non miope, ma ben mirata, della vita dei sudditi italiani.

** gestione / governo - uno dopo l'altro, nella stessa frase, così che si confonde un termine aziendale con un altro che evidentemente ha per lui lo stesso significato. Il Paese come Azienda e il governo come gestione amministrativa dell'Azienda Italia

- Nel pezzo dice: "l'Italia vincerà negli ultimi dieci anni se avrà l'intuizione che..."
E' la prova provata che non sente ciò che dice. Come vincerà...negli ultimi dieci anni?
Grazie al ritorno al futuro? 
Staccatelo dalla bottiglia...

mercoledì 18 maggio 2016

Le renne ferite e le puttane

Seconda Guerra Mondiale.
Curzio Malaparte è a un pranzo al Palazzo del governatore della Lapponia finlandese, a Rovaniemi.
Entra nella sala da pranzo insieme ad altri militari al seguito degli Alpenjäger del Generale Dietl, un amico italiano dell'autore, Federico, giovane ufficiale di nemmeno trent'anni.
Dapprima si riconoscono a stento, la barbarie della guerra ha fatto invecchiare precocemente entrambi. 
Malaparte vede nel viso di Federico, Friki, che ancora ricorda bambino quando insieme giocavano sulla spiaggia di Forte dei Marmi, gli occhi di una bestia ferita, di una renna selvatica ferita.
Fanno un tentativo di evitare di dirsi reciprocamente degli amici morti in guerra di cui sono a conoscenza, e proseguono chiedendosi: "E Tizio, l'hai visto? Che fine ha fatto?...".
Federico mi guarda col suo occhio di renna, col suo occhio umile e disperato di bestia selvatica con quel misterioso sguardo da bestia che hanno gli occhi dei morti; e sorride, dice:" Lo sapevo già che Ugo era morto. Lo sapevo già da molto tempo innanzi che morisse. E' una cosa meravigliosa esser morto."
Mi riempie il bicchiere, io prendo il bicchiere che Federico mi porge, e la mano mi trema. "Nuha" disse Federico.
Io dissi: " Nuha".
"Mi piacerebbe tornare in Italia per qualche giorno" dice Federico dopo un lungo istante di silenzio. "Mi piacerebbe tornare a Roma. E' una città così giovane Roma". Poi aggiunse: "E Paola, che fa? è molto tempo che non l'hai vista?"
"L'ho incontrata al golf, una mattina, poco prima di lasciar Roma. E' bella Paola. Io voglio molto bene a Paola, Friki".
"Anch'io le voglio molto bene" dice. Poi mi domanda: "E la Contessa Ciano che fa?"
"Che vuoi che faccia? Fa come tutte le altre."
"Vuoi forse dire..."
"Oh niente, Friki."
Mi guarda sorridendo. Poi dice: "E Luisa che fa? e Alberta?"
 "Oh Friki" rispondo, "fanno le puttane. E' di gran moda oggi, far la puttana, in Italia. Tutti fanno la puttana, il Papa, il Re, Mussolini, i nostri amati Principi, i cardinali, i generali, tutti fanno la puttana in Italia."
"E' sempre stato così, in Italia" dice Federico.
"E' sempre stato così, sarà sempre così. Ho fatto anch'io la puttana, per molti anni, come tutti gli altri. Poi quella vita m'é venuta a schifo, mi son ribellato, son finito in galera. Ma anche finire in galera è un modo di fare la puttana. Anche far l'eroe, anche pugnare per la libertà è un modo di far la puttana, in Italia. Anche dire che questo è una menzogna, un insulto per tutti coloro che sono morti per la libertà è un modo di far la puttana. Non c'é scampo, Friki."
 "E' sempre stato così, in Italia" dice Federico, "è sempre la stessa patria sventolante di bandiere in fondo allo stesso ventre bianco:
In fondo al tuo ventre bianco / la mia patria mi chiama / con tutte le bandiere al vento.
"Non sei tu che hai scritto questi versi?"
"Sì, sono versi miei. Li ho scritti a Lipari"
"E' una poesia molto triste. Si chiama Ex-voto, mi pare. E' una poesia disperata. Si sente che è stata scritta in prigione." Mi guardò, alzò il bicchiere, disse "Nuha".
"Io dissi: "Nuha."
Questa è ancora, l'Italia.
Non so che guerra stiamo combattendo ora. Forse è sempre la stessa guerra, solo i morti li si ammazza senza pallottole e il sangue non si vede, così pare una guerra molto pulita, asettica, moderna insomma.
La misura della guerra è però forse sempre, come allora, nel numero di puttane in circolazione.
Tutte esempi di fulgida moralità, zeppe di buone intenzioni, prodighe di illuminati consigli e generose a convenienza e giusto il tempo di una sveltina. 
O di un hashtag.

giovedì 12 maggio 2016

Ore d'ozio - 25

     …In questo mondo, incostante come le bassure e le profondità del fiume Asuka, il tempo scorre, le gioie si alternano ai dolori e quelle che erano località fiorenti si trasformano in lande deserte.

   Le case, immutate, accolgono nuovi inquilini, e non essendo né i peschi né i susini dei loro giardini in grado di parlare, con chi rievocare il passato? I venerandi ruderi di un tempo che noi non abbiamo vissuto ancor più ci fanno avvertire il senso di precarietà delle cose.

   Il palazzo del Kyōgoku e il tempio Hōjo, per esempio, erano destinati, nelle intenzioni del loro costruttore, a lunga vita, ma le vicissitudini li hanno ridotti allo stato miserevole in cui noi li vediamo.

   Il signore del Midō li fece costruire con magnificenza e li dotò di latifondi pensando che, poiché solo la sua famiglia era il sostegno dei sovrani e la salvaguardia dei loro regni, essi sarebbero durati in eterno. Poteva forse immaginare che durante un qualsiasi regno futuro tutto sarebbe andato in rovina, e in tal misura?

   Il Grande portale e l’Aula d’oro del tempio esistevano ancora in epoca recente; poi, durante l’era Shōwa, un incendio distrusse la porta meridionale, e infine anche l’Aula d’oro crollò e non fu ricostruita. Ora tutto ciò che rimane è il Muryōju-In.

   Le nove statue del Buddha, tuttora venerate, si ergono in fila. L’iscrizione tracciata da Kōzei e quella dipinta da Kaneyuki sulla porta sono leggibili come un tempo, ma al vederle ti si stringe il cuore.


   Pare che resista l’Hokkedō, ma fino a quando?

   In altri luoghi, dove non c’è traccia nemmeno di rovine come queste, ma rimangono delle fondamenta, nessuno sa con precisione cosa vi si ergesse.


   Da ciò appare chiaro quanto sia vano far piani per un futuro che non potremo mai prevedere.


    Da Ore d’ozio – di Kenkō

martedì 26 aprile 2016

"la parte giusta della storia"

Pronunciata questa volta da Obama e riferita alle politiche sull'immigrazione di Frau Merkel, la frasetta inizia a somigliare a un mantra dal significato reale occulto ai più, come già T.I.N.A, decisamente superato dalla realtà dell'attuale Unione Europea.
Non entro nemmeno nel merito della frasetta ormai rifilata a qualunque leader non sia allineato alla politica di Washington, visto che se c'é qualcuno che non può dare lezioni a nessuno sull'accoglienza ai migranti è l'America dalla barriera armata ed elettrificata ai confini fra Messico e Stati Uniti.
Soprattutto ricordando che i migranti che bussano alle porte dell'Unione Europea sono poi in bassissima percentuali iracheni, siriani o libici, come tutti ci raccontano.
La maggior parte di questi provengono infatti da paesi come l'Eritrea, il Mali, la Somalia, la Nigeria, sono cioè migranti economici, non profughi di guerra.
Senza contare indiani, bengalesi, ecc., che se pur in numero minore sono tuttavia presenti in parecchie strutture di accoglienza italiane e, immagino, europee.
Non voglio entrare nemmeno nel merito della questione se sia giusto o meno accogliere comunque e sempre persone che arrivano da zone povere del mondo in cerca di una speranza di vita migliore, poiché penso siano loro stessi vittime di illusorie promesse che li spingono a viaggi disperati per raggiungere paesi che si aspettano li accolgano a braccia e borsellini aperti, finendo invece per rimanere incastrati ospiti in centri di raccolta nei quali vivono vite da lager che certo non li fa né più ricchi né più felici di quanto fossero a casa loro.

Ciò che mi chiedo è invece perché mai, quando si parla di migranti i media li presentino sempre come siriani, iracheni, libici che arrivano da "martoriate zone di guerra", quando basta una rapida osservazione dei tratti somatici dei migranti, per sapere che per la maggior parte di loro non è così.

Soprattutto mi chiedo perché.
Perché accogliamo migranti economici che arrivano in massima parte dalla Nigeria, dall'Eritrea, dal Mali, dalla Somalia, dal Senegal, in un'Unione Europea che grazie alle politiche austeritarie si è già auto-prodotta milioni di disoccupati endogeni?
Secondo Eurostat, non secondo me.
L'Europa della Merkel che, secondo l'Obama, sta "dalla parte giusta della storia" aveva nella Ue a 28, a marzo 2015, ben 23,748 milioni di disoccupati, di cui 18,105 milioni nella zona euro.

Finché non sarà affrontato e chiarito il reale motivo di questa anomala e sospetta accoglienza di migliaia di disoccupati provenienti da altre aree del mondo, in un'Unione Europea che non riesce a provvedere degnamente nemmeno ai propri milioni di disoccupati, qualunque ragionamento sull'accoglienza rimarrà viziato da una incomprensibile opacità sugli obiettivi che giustificherebbero ogni tentativo di respingimento. 
Trovo poi perverso che si faccia la morale ai milioni di cittadini europei già in difficoltà nel mettere insieme il pranzo con la cena.
Tanto meno sono giustificabili moralismi sull'intolleranza ai migranti economici da parte degli italiani disoccupati, la maggior parte dei quali si trova ad avere oggi meno diritti di quelli concessi ai migranti: a quelli vitto, alloggio, e un paio di euro al giorno in tasca al giorno. Ai disoccupati italiani, il dibattersi nell'angoscia di dover, pur in assenza di reddito e spesso senza alcun diritto a un misero assegno di disoccupazione, sostenere comunque, e non si capisce come, spese di vitto, alloggio, bollette e magari mutuo casa e tasse varie, pena il perdere tutto e ritrovarsi poi a mendicare un pasto caldo alla Caritas contendosi tale diritto ad accedervi con quei poveri emigrati i quali, magari sbarcati in Italia anni fa, oggi si ritrovano disoccupati come gli italiani e senza essere mai stati davvero integrati, e nonostante abbiano però versato per anni regolari tasse e contributi.
Questa assenza di trasperenza sui fini dell'accoglienza incomprensibile ai più, rischia di diventare ingestibile non per una questione di razzismo, come a troppi piace semplificare, ma per un più serio sospetto di intenti di ingegneria sociale decisa dai leader dalle frasette criptiche e fatta pagare a chi già non ha più nulla ma viene ancora chiamato ancora e sempre a dare ricattato moralmente come fosse un nababbo nel paese di Bengodi.
Sostenuti, i leader dalle frasette criptiche, da chi ancora in questo paese ha qualcosa e si permette per questo di dispensare lezioncine umanitarie, magari spuntando in cambio una paghetta mafioso-cooperativa, come Buzzi e altri insegnano. 
La "parte giusta della storia" è per me solo e solo una: quella della trasparenza sugli obiettivi di questa accoglienza di migranti economici in un'Europa dai milioni di disoccupati e della aperta decodificazione per le masse delle livorose frasette mantra pronunciate a sentenza dai grandi Nobel per la pace che governano un paese specializzato nel promuovere guerre in casa altrui.