venerdì 4 agosto 2017

Fra Zara e Porto Marghera

Enzo Bettiza, nel suo Esilio che ho in lettura in questi giorni, racconta un episodio della sua adolescenza a Zara.
A un pranzo domenicale, in casa degli zii, il giovane figlio dello zio Ugo, arcigno professore di matematica, che studia in Italia, è tutto preso a magnificare la Roma fascista contro il padre, tuttaltro che incline alle esaltazioni ideali: 
"Vuoi forse dire che Mussolini, il quale ha fatto solo del bene all'Italia, potrebbe essere paragonato ai peggiori satrapi della storia?".
Senza degnare di uno sguardo il figlio sovreccitato, senza alzare la voce, lasciò sgorgare dalle labbra austere un paio di sentenze ambiguamente sospese fra passato, presente e futuro. Ecco all'incirca il senso di ciò che lo zio Ugo disse, non solo a Tonin, ma a tutti noi commensali della domenica:
"Nerone ricostruì in parte Roma per potersi godere meglio lo spettacolo dell'incendio che poi le appiccò. Chissà quanti schiavi perirono nell'edificazione dell'enorme palazzo di Diocleziano a Spalato. Lo zar Pietro eresse la sua San Pietroburgo su montagne di cadaveri di poveri contadini russi costretti con la frusta a trascinare marmi e travi fra le malsane paludi del Baltico. Costruire per distruggere, distruggere per costruire è la doppia specialità dei grandi tiranni. Ancora una volta a Roma e perfino a Berlino, che nel Settecento era poco più di un villaggio, s'innalzano senza sosta nuove architetture imitando goffamente quelle antiche. A che pro? Si vuole forse anticipare nelle recenti costruzioni la loro imminente distruzione? Sarà la guerra, vedrete, la guerra che ormai è in atto, a dirci fra poco che nei falsi costruttori odierni si celavano in realtà i veri distruttori dell'Italia e della Germania e di altre nazioni europee. Che Dio ci liberi dai dilettanti folli! Potete forse aspettarvi qualcosa di positivo da un imbianchino che si crede un geniale architetto, o da un ignorante maestro elementare che non sa neppure distinguere il Colosseo dal Circo Massimo?"
La sentenza dello zio Ugo ha una sua eterna attualità.
Anche oggi, commentiamo gli odierni imbianchini e maestri elementari restando però acquattati nell'angusto ambito della nostra contemporaneità, impediti a misurarli in una prospettiva storica dall'impellenza dell' idiozia quotidiana.
Intuiamo a volte l'avvicinarsi di una sempre possibile guerra e non vediamo la guerra silenziosa e tragica già in corso, quella che lascia vite e sofferenze sul campo al solo scopo di nutrire ego da imbianchini o ignoranti maestri elementari che non sanno distinguere il Colosseo dal Circo Massimo.

Diocleziano ha lasciato un palazzo costato morti e sofferenze delle quali nessuno ha memoria.
Spalato - Palazzo di Diocleziano
Dei contadini morti per edificare San Pietroburgo non si è tenuto alcuna conta, basta a tutti la gloria dello Zar.
San Pietroburgo
Del recente passato italiano ci rimane invece Porto Marghera, "patrimonio" ormai soggetto a commemorazione del centenario - 1917-2017 - (tipo una Shoah industriale), grazie a un decreto del 2016 (opere degne di restauro a marcire negli scantinati, ma pronti fondi per onorare l'industria madre di ogni avvelenamento, dell'aria, dell'economia, della politica). 
Nous sommes italiens...
Petrolchimico Porto Marghera visto da Venezia
L'archeologia industriale viene molto bene in foto, e non potendola abbattere per via dei mastodontici costi (poi a volte ci provano, ma non vuole venire giù), se ne fa oggetto di turismo didattico-culturale.
Dei morti gasati, degli scioperi operai pagati a pane tolto di bocca ai figli, delle vite umane avvelenate se ne faranno riviste patinate, dibattiti colti, possibilmente film e documentari da distribuire nelle scuole (a insegnare cosa? Come si disfa un paese proprio mentre lo si commemora nella grandezza industriale che fu?).
Rendono meglio, gli ex operai di Porto Marghera, dei contadini russi che costruirono San Pietroburgo.
Tanto per dire che i tiranni di oggi lo sono fino in fondo, senza inutili tremori davanti alle oscenità: prima ti mangiano la carne, succhiandoti tutto fino all'osso. 
Poi ti monumentalizzano le ossa e ti rivendono come oggetto didattico-turistico-culturale, mettendola giù così bene che pare perfino ti avessero un tempo, da vivo, amato.
Serve sempre e solo a guadagnare, l'amore a tema del tiranno odierno. 

Ma che importa, l'horror ormai vende quanto e meglio di una love story, ché il brividino è più intenso davanti al turpe che di fronte alla bellezza venduta in serie che finisce per addormentare i sensi.

Basta che le cose luccichino un po', che brillino quel tanto che serve a continuare la farsa degli inganni scattandoci qualche selfie davanti all'ultimo orrore messo a bottega. 

Mi raccontano che a Spalato e a Dubrovnick, le guide turistiche sono ormai prese d'assalto ma solo per conoscere i posti de Il Trono di Spade.
Di Diocleziano, chissene...
Chi era? Se non è il personaggio noto di una serie tv non se lo fila nessuno...
Forse sarebbe il caso di fare una serie tv anche su Porto Marghera: certi storici operai capipopolo diverrebbero ottima attrazione per il turismo industriale, capace a quel punto di far da traino portando turisti - perfino - a visitare la Malcontenta. 
Basta organizzare di girarvi una puntata ed è fatta: su e giù di orde di dementi con il bastoncino in mano...
Villa Foscari - detta La Malcontenta

venerdì 28 luglio 2017

Violenza, delinquenza, fascismo


- "Inaccettabile aggressione a tre deputati davanti Montecitorio - condanna su Twitter Laura Boldrini - Le opinioni diverse non possono mai giustificare violenza".

-"Non chiamateli no-vax. Chiamateli con il loro nome: delinquenti. Questo succede se ci sono partiti che li sostengono e istigano alla violenza", ha commentato sempre su Twitter Alessia Morani, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera.

- "No-vax aggrediscono 3 deputati Pd. Altro che libertà, questi sono metodi fascisti. Che dicono i colleghi M5s che oggi hanno votato contro?", è invece lo sfogo del presidente dei deputati Dem, Ettore Rosato.

Da QUI

Quando andavo all'asilo andava forte la difesa s-terminator buona contro qualunque offesa:

                                       "Chi lo dice lo sa di essere".

I bambini traditi sono una responsabilità degli adulti, non del mondo che va così.
Quelli che non subiranno danni da vaccino, avranno comunque molte buone ragioni per diventare adulti incazzati: nascono pieni di fiducia e gli spariamo subito in corpo dei veleni.
Per il loro bene, cà va sans dìr....

martedì 25 luglio 2017

Esseri troppo avanti...

Quando nel 2013 Paolo Bernini, allora neoeletto deputato del M5S, parlò dei microchip sottopelle, stampa e buona parte del web politically correct (nel 2013 non eravamo ancora all'hate speech), lo misero in ridicolo indicandolo quale tipico esemplare dei 5S che sdoganavano il cospirazionismo in Parlamento.

Gliene dissero di ogni, a lui e a chi per lui, per questi microchip.

Eppure, negli ultimi mesi, le notizie sui microchip impiantati sotto pelle da aziende e singoli in Svezia, in America e nel ricco mondo, sono quotidiane o quasi.
Si vantano i benefici offerti dalla tecnologia Rfid come di quel passo avanti verso l'integrazione uomo-macchina che dovrebbe, ça va sans dir, migliorare la nostra sempre più idiotizzata esistenza senza che a nessuno, di quelli che allora ridicolizzarono il Bernini, sia ancora venuto in mente che forse al Deputato 5S gli si dovrebbero almeno delle scuse.

E' null'altro che il tragico destino di chi è troppo avanti rispetto alla media, quello d'esser deriso.
E forse, a ben vedere, l'essere troppo avanti, è quel genere di tragedia che fa campare con difficoltà persone che hanno il solo torto di coltivare curiosità e senso di appartenenza.

Come ha ben descritto Robert M. Pirsig in Lila, le comunità degli esseri umani tendono a coltivare una Qualità Statica, ad attenersi cioè a uno schema fisso (di leggi, di pensieri, di comportamenti, ecc.), una volta raggiunta quell'omogeneità che consente una buona convivenza nella comunità stessa senza subire troppi turbamenti in caso di lievi fuori standard correggibili.
Solo che la vita è movimento, nulla sta fermo nemmeno se ti inchiodi i piedi per terra.
Ed è' anzi proprio delle società statiche, cioè delle comunità che hanno raggiunto un certo equilibrio e benessere sociale, il produrre eccezioni, cioè il veder nascere esseri umani più curiosi e intellettualmente più dinamici rispetto agli standard raggiunti.
A questo servono le società statiche: a consentire l'emergere di elementi dinamici il cui scopo, grazie alla loro natura curiosa e maggiormente intuitiva, è far intravvedere una nuova possibilità là dove ancora non esiste, così che raggiunto uno stadio di benessere ci si possa avventurare tutti verso il successivo.
Per salvaguardere se stessa, invece, la società statica tende ad espellere ogni elemento che crei turbamento allo standard raggiunto. 
Arriva al punto di standardizzare ogni eccezione, così da non dover mai mettere il naso fuori dal proprio recinto.
A differenza di quello che succede nelle comunità tribali, dove il dinamico viene espulso come corpo estraneo, così da non turbare lo standard, ma viene a essere il santone del villaggio, lo stregone da consultare che vive sì, appartato per via della sua stranezza, ma recuperato come parte della comunità ogni volta che qualche nuovo pericolo (malattie, guerre, ecc) minaccia la comunità. 
Nelle odierne società statiche invece, chi esprime pensieri non ortodossi, cioè non già pensati e condivisi uguali dall'intera comunità, viene "incluso" (non siamo razzisti) ma stigmatizzato con il ridicolo, con l'accentuazione del dettaglio per il tutto (i calzini azzurri che diventano giudizio sull'operato del giudice del Csm Raimondo Mesiano) o paternalisticamente invitato a correggersi.

Nel villaggio globale odierno, quello dove tutti possono essere tutto e perciò nessuno può esprimere idee proprie (o riportare notizie troppo avanti), pena il rischio di essere ormai, a soli 5 anni di distanza dai microchip del Bernini, perfino perseguibile per reato d'odio al solo dire cose diverse dalle fuffonate ufficiali, oggi di microchip si può parlare ma a una sola ed esclusiva condizione: che se ne elenchino i vantaggi, l'utilità e le comodità. 
Utile per pagamenti senza carte e senza contanti, aperture porte aziendali e timbri cartellini. Se ne può parlare ma solo magnificandone i pregi quale strumento che consente di eliminare password e cartelle sanitarie, di attraversare senza fermarsi qualunque portone tecnologicamente blindato e di far partire la lavatrice o il condizionatore già un'ora prima di arrivare a quel portone.
Guai a suggerire però che quel chicco di riso sia perfino peggio dell'infilarsi volontariamente un paio di manette o una cavigliera elettronica pur non avendo commesso alcun reato.
Non ancora, comunque; perché, e qui mi sa che vado a superare il prode Bernini del 2013, non è lontano il giorno in cui il chicco di riso consentirà alle squadre del precrimine di arrestarci per aver captato una variazione delle nostre pulsazioni collegate a un'immagine nella nostra mente registrata dal microchip proprio mentre, litigando con l'inquilino del piano di sotto, per un secondo abbiamo accarezzato l'idea di mandarlo a fanculo.
Cose che, in tempi di hate speech, non solo non si fanno, ma nemmeno si devono pensare, se non si vuole rischiare di trovarsi con un genocidio sotto casa ogni due per tre.
Di qui la necessità di istituire The

Fa brutto ed è politicamente razzista avercela con un'inquilino che ti innaffia la biancheria stesa. 
Grazie alla precrimine, e a un buon microchip sottopelle, tutti i buoni di cuore saliranno insieme in cielo per sedere alla destra del Padre.
Destra, non Sinistra.
Giusti col giusto cuore si nasce, e questo impegna a far proseliti o campi di rieducazione, sempre lì lo statico al potere va a parare.
Ci si consoli che l'Inferno è lì sotto e aspetta tutti i troppo avanti dinamici che parlano di microchip 5 anni prima che sia lecito parlarne o pensano a voce alta cose tipo ma cosa si mangia questa per essere così incazzata quando parla d'odio.
I supposti odiatori, non sono né pochi né scemi.
E sanno fiutare con largo anticipo la puzza di gulag che sale dal fondo.

sabato 22 luglio 2017

Senza Cuore



Troppo bella.
Era il 1994, e pare oggi.
Solo senza un filo di ironia, così com'é, pura e semplice.

giovedì 20 luglio 2017

#RespectVenice

Fra i divieti e i consigli del nuovo piano di comunicazione con cui Venezia si propone di iniziare a gestire i disagi provocati dai milioni di turisti in laguna, alcuni dei quali (come tuffarsi in canale o girare in bicicletta), mi auguro prevedano dure sanzioni, ne spunta uno straniante: "Si sottolinea di non intasare le calli" - 

Ma, benedettidalsignore, mi volete spiegare come possono i turisti evitare di intasare una calle che sono venuti a Venezia per visitare? Le "calli", sono, Venezia. 

Che poi, anche volendo, come farebbero?
Magari evitando di fermarsi a guardare le vetrine dei negozi? 
E i negozianti? Li immagino contenti nel vedersi sfilare davanti file di ordinati camminatori svelti ed educati i quali, per rispettare il dotto consiglio, si fanno cura di non guardare la gondoletta di plastica esposta in vetrina nel timore di, appunto, intasare le calli.
E' previsto lo sfoltimento eventuale con l'accensione di mirate graticole ardenti sotto ai piedi?
Saranno posti vigili a controllare che in una calle non passeggino contemporaneamente più di quelle 20/30 persone che in certe calli sono già un intasamento?

Prenderete a manganellate di sfollagente quei turisti indisciplinati che avranno l'ardire di sostare su un ponte per ammirare lo scorcio suggestivo di una città che, se va bene, vedranno una volta nella vita e fra un selfie e l'altro? 


Capisco e concordo sulla necessità di trovare rimedi a un turismo fuori controllo,
ma se Venezia sta tracollando sulla propria fortuna come meta turistica, il primo passo in vera contro tendenza è mettere ordine fra quelli che sui grandi numeri fanno affari a spese di un bene clonabile ma insostituibile: le agenzie turistiche che ormai proliferano peggio dei miceti sui piedi sudati.

Venezia come parco a tema l'hanno già riprodotta in Cina, monetizzata in America e favoleggiata in ogni luogo del mondo che appena abbia un paio di canali che attraversano un paesello.

Se Venezia è un brand, e lo è, più che sottoporre l'originale al degrado rischiando di far della Venezia imitata la peggiore delle Venice esistenti, si metta sul nome e sull'architettura della città un marchio imponendo royalties a chiunque ne imiti il nome o ne riproduca fedelmente palazzi e ponti.
Insomma, per salvare Venezia l'unica è delocalizzarla, clonarla (come già si fa) mettendo a bottega il brand più che sottoponendo la città a invasioni che ne snaturano la romantica decadente (ma non inimitabile, come si è visto) bellezza.

Come si dice, matrimoni per conservare i patrimoni. 
Chi vuole farsi la propria Venice in Africa o sulle Montagne Rocciose paghi le royalties per l'utilizzo del nome e l'imitazione dei palazzi sul Canal Grande facendo un contratto d'uso del brand con la città.
Non abbiamo abbastanza avvocati capaci di reggere cause milionarie in giro per il mondo?
Sono certa che se gli si prospetta l'opportunità ci sarà chi saprà coglierne al volo le potenzialità.
Forse sono leciti Ceta e Ttip per vendere formaggi ma non per commercializzare e tutelare un brand unico al mondo?
Non lo so, diciamo che inutile pensare al formaggio D.o.p. se non si riesce nemmeno a tutelare commercialmente Venezia.
I turisti pigri, quelli sbracati, i mordi e fuggi che Venezia la intasano al solo scopo di farsi due o tre selfie sul Ponte dei Sospiri o in Piazza San Marco, non patiranno alcuna significativa differenza a scattarsi la foto col bastoncino in un uguale scenario dislocato a Dubai, nelle Valli del Mekong o nei più vicini ed economici deserti tunisini. 
In compenso, i soldi delle royalties potrebbero far partire restauri conservativi dell'originaria Venezia consentendo una miglior vivibilità sia ai più fortunati turisti che possono permettersi di pernottarvi, che agli abitanti, quelli veri, quelli che potrebbero magari sentirsi meno incentivati a svendere casa al primo cinese che passa pur di scappare in terraferma per liberarsi dalla intasante folla che gli rende difficile anche andarsi a comprare il pane sotto casa la mattina.


Insomma, tutto non si può avere: o si limita davvero l'ammasso o è inutile consigliare di non ammassarsi sulle calli: dove dovrebbero passeggiare, gli sventurati turisti che spesso a Venezia arrivano e partono in giornata? 
Farsi il giro delle Fondamenta Nuove, girare per Santa Marta, aggirare con astuzia le calli per San Marco o Rialto limitandosi a passare quelle 3 ore in città fermandosi a rimirare il Lido dal pontile di Sant'Elena per non intrigare?
Bella pretesa.
O bel consiglio, come volete.
O magari gli potreste dare un numero progressivo appena scendono al Tronchetto o alla stazione: non più di tot per zona al giorno, con la piantina della sola area che è loro consentito visitare e in non più di 10 in contemporanea per max un paio d'ore?  
Anche questa è un'idea.
Sempre a gratis e per amor di popolo.
Ma salvare centinaia di bus turistici e navi crociera chiedendo a chi sbarca e viene intruppato dalle agenzie di non intasarvi le calli no, non potete chiederlo.
Non è dato avere botte piena e moglie ubriaca.

* Disclaimer: tutte le foto sono dal sito di La Nuova Venezia
 Campagna "Respect Venice" su decoro dei turisti a Venezi