mercoledì 2 settembre 2015

All'ombra degli arbusti inglesi


Nella boscosa isoletta al centro del laghetto artificiale, perfettamente rotondo, si trova la dimora definitiva di Lady D., lì ormai da 18 anni.
Leggevo stamattina che da quel giorno nessuno ha mai potato un ramo né curato la principesca tomba. 
Volutamente (dicono).
L'idea, nella narrazione ufficiale, è di lasciare che la natura l'avvolga nelle sue spire. Forse perché così, penso io, della sua ingombrante presenza nel mondo non resterà che la fiaba della principessa bella e sventurata, uguale in tutte le fiabe per bambine buone da che mondo è mondo: lei è bella e degna di mettere al mondo i figli del re. Ma si ribella, e da questo discende la sua rovina poiché la sua ribellione nuoce al regno. E non va bene in nessuna fiaba.
L'idea di restituirla "alla natura" è in sé molto romantica, molto poetica, molto inglese.
Insomma, molto perfida.
Perché poi una blogger si chiede cosa diavolo l'abbiano costruito a fare,  quel vialetto che conduce a bordo del tondo lago artificiale se l'idea era di lasciare che la "natura" selvaggia cancellasse ogni traccia della memoria di lei.
E il tempietto a bordo lago?
Serve ai turisti? 
Certo, così è tutto molto coreografico, cioè vendibile pur se inaccessibile e inutile.
Ma a che serve una tomba se nessuno la può visitare né, col tempo, vedere?
Cosa ricorda, quell'isola arborea, che pare studiata per promuovere un mito per l'assenza dell'idea di un corpo fisico, che ogni tomba ricorda, così che rimanga nella memoria solo la costruzione fantastica?

Quell'isoletta, avvolta dal verdume incolto al centro di un lago e irraggiungibile, a me pare chissà perché la conferma dell'antica condanna del potere. Il suo pare essere anche da morta un destino da icona pubblicitaria, irreale, puro prodotto creato dai media che continua a vendere anche da morta a patto che nessuno raggiunga la sua tomba, che la renderebbe umanamente reale.

Nulla ad Althorp la ricorda davvero.
Visitavo poco fa il sito della nobile residenza dove quel laghetto è stato costruito: perfino il gift shop non vende lei ma solo il ricordo sterilizzato e romanzato di lei.
Vi si vendono libri sulla storia della famiglia, sulla residenza storica, su qualche antenato illustre. Ma chi volesse comprare lì un ricordino della Goodby England Rose o della Queen of Hearts, deve arrendersi a un oggetto che la ricorda senza ricordarla: il cuoricino con zirconi a 28£, gli orecchini abbinati col cuoricino sempre a 28£, il braccialetto con i cuoricini a 45£, la tazza di ceramica con la rosa rosa a 13£, il porta candelina votiva a forma di rosa rosa a 10£.
Goodby England Rose, quanti soldi ci ha fatto l'amicone gay?
La Regina di Cuori: quanto ha fruttato ai produttori di tazze londinesi per turisti?
Morta e sepolta, nella sua casa natale non va ricordata che per ciò che ancora si può commercializzare.
Pare ci siano ben 6 stanze ad Althorp, dedicate al Princess Diana Museum. 
Vi si trovano il suo abito da sposa, altri suoi abiti, le sue lettere di bambina, i suoi reports scolastici e parecchi dettagli sulle sue opere di carità.
Santificata, viene resettato il lungo conflitto che aveva messo in forse la corona inglese.

La restituiscono "alla natura", ma dopo 18 anni ancora se ne nutrono a piene mani.
Lady D., come industria, è diventato un classico del turismo inglese perfino più delle vecchie foto davanti a Buckingam Palace.
Della sua vita, di lei, non rimangano che alberi, erba e selvaggi arbusti: segno forse del profondo disturbo che ancora reca, alla corona e alla nobiltà inglese, la memoria della sua ribellione alla corona e a certa nobiltà inglese.

Fra vent'anni avremo ancora milioni di tazze di lei con la coroncina indossata il giorno del matrimonio, tazze ancora vendute in ogni parte del globo nonostante la drammatica fine di quel matrimonio. 

O forse rimarrà la sua fiaba, una di quelle da raccontare alle odierne bambine che sognano ancora di sposare un principe azzurro ma omettendo dal racconto quei dettagli scomodi alle narrazioni sulle corone, a quelle sui principi azzurri e al florido business delle tazze turistiche.
Quello che da lei si voleva, quello che da lei si è sempre voluto e che si vorrà sempre da ogni Princess, era che si limitasse a mettere al mondo paio di eredi, così che la fiaba continuasse e per il resto che rimanesse congelata nella parte assegnatale dal destino. 
Che di lei si potesse vendere la fiaba così da farne mitologia viva ma muta e congelata da viva.
Mito, quello della sposa del principe che deve solo figliare e stare al suo posto, utile per istruire anche oggi le brave bambine così che sappiano che, se si comportano bene, cioè se non fanno di testa loro, potranno avere l'onore di dare al principe il necessario erede.
Per il resto, si limitino a decorare gli eventi ufficiali o a darsi a opere di carità.
Pare antica e dimenticata, questa storia, ma credo che potrebbe tornare buona per le prossime generazioni di fanciulle, tutte (forse) nuovamente da rieducare a un'idea di sottomissione che fino a ieri pareva ormai antichissima, e invece è sempre rimasta lì, pronta a ritrovare vigore grazie alle crisi e alle invasioni. 
Leggo in giro roba che appena un paio di anni fa avrebbe scatenato quelle sfigate di Se non ora, quando...
Il quando è passato, la nuovelle soumission è invece in corso ora. 

domenica 30 agosto 2015

Sarà la polenta?

Oppure l'alto tasso alcoolico?

O magari si tratta di una di quelle sindromi rare per cui, data una zona, è lì più frequente che altrove il tasso di centenari da una parte, quello di alcoolizzati da un'altra e quello dei poveri di senno da un'altra ancora.
Chi lo sa?

Vero è che pensavo che con Gentilini a Treviso fosse finita l'ondata di idiozie da ricovero sparate da un sindaco veneto.

Invece, leggo oggi di questo Mr. Formaggio (e Topo Gigio?), Sindaco di Albettone, paesino perso sulle colline vicentine che pare conti ben 2.500 abitanti (e conoscendo la zona, avrei detto perfino meno) il quale, armato di fucile a pompa legalmente detenuto e platealmente esibito, dichiara di star lavorando a una tassa sui gay, cioè sugli omosessuali.

La motivazione: 
«visto che una coppia gay - ha detto Formaggio - (1.) non avrà mai dei figli, e che (2.) la nazione ha bisogno di nuovi bambini italiani, più coppie gay ci saranno e meno figli si avranno. In pratica (3.) la coppia gay si esaurisce con i due componenti, non ci saranno figli che continueranno a pagare le tasse e a portare avanti lo sviluppo della nazione». «La tassa - ha aggiunto - potrebbe servire per aiutare le famiglie con figli. Io ho tre figli e sono orgoglioso della mia famiglia»
Capisco che con appena 2.500 abitanti far cassa per il Comune è dura, soprattutto in un paesino di collina dove la scomodità scoraggia nuovi abitanti e la crisi non facilita nuovi insediamenti produttivi, ma mettersi a sparare cazzate armato di fucile a pompa per attirare l'attenzione dei media nazionali sulla propria disperazione non mi pare esattamente la miglior pubblicità per invogliare un eventuale turismo collinar/gay friendly che potrebbe risollevargli le finanze comunali.

Poi ci sono quelle motivazioni da cattiva digestione, prova evidente di pessima alimentazione, pochi studi e rare letture di quotidiani, fossero anche locali.

Perché, giusto per stare sul tema, si tratta di sparate ampiamente smentite dall'attuale fittissimo dibattito sulla maternità delle coppie gay.
Vediamo in ordine i 3 punti di forza del nostro primo cittadino armato:

1. la coppia gay non avrà mai figli 

Be', insomma, non è proprio così.
Da mesi non si parla d'altro che del diritto dei gay ad avere figli da maternità surrogata, o non ne ha sentito parlare? Metta giù per un momento il fucile e imbracci per due secondi un quotidiano, prima di far altre figure pellegrine.

2. la nazione ha bisogno di nuovi bambini italiani 

A parte che parlare di "nazione" appollaiati sul Municipio di Albettone fa ridere, che a malapena gli si consentirebbe di citare che so? la provincia, la regione a farla davvero grande. Ma la "nazione"?
Va be', passi. Ma sui "nuovi" bambini italiani mi sa che sta prendendo un granchio grande come l'Albettone: che altro sarebbero infatti i "nuovi" bambini italiani se non, appunto, i figli da maternità surrogata delle coppie gay?

Gli altri bambini, anche restando su coppie rigorosamente italiane come prescritto dal fucile a pompa, sono infatti bambini fatti alla vecchia maniera, quindi non certo definibili come "nuovi bambini" ma, al più, come bambini standard.  Sta inconsciamente incentivando la maternità surrogata senza saperlo?

3. la coppia gay si esaurisce con i due componenti, non ci saranno figli che continueranno a pagare le tasse

Sarà mica che sta chiedendo esplicitamente alle coppie gay che intendono avere figli di trasferirsi tutti ad Albettone?
Magari il suo inconscio spera di aumentare la cittadinanza offrendo loro, in modo indiretto così che non lo si capisca al volo, cittadinanza e residenza protetta albettonese? A volte il diavolo ci mette la coda e si dimentica i coperchi: pronostico un massiccio inurbamento di coppie gay con prole nella verde cittadina collinare a breve brevissimo. 
Claim della campagna: Albettone - Il Paese Italiano Gay Friendly. 
Prevedo perfino la nascita di un bollino a marchio depositato da apporre sul cartello di inizio territorio comunale e su tutte le campagne promozionali del turismo family gay friendly in rete. 
Dato il contesto collinar-agreste, avrebbe a mio avviso un discreto successo.

Poi si sa, il numero è forza decisiva e potrebbe perfino capitare che dalla tassa sulle coppie gay si passi alla tassa sugli ex sindaci con fucile a pompa. Con tanti saluti al sindacone armato.

Tornando alla polenta, alimentazione tipica della povertà veneta fino agli anni '50, si diceva dalle nostre parti (venete) un tempo, che chi mangiava troppa polenta era destinato a diventare un polentone.

Cioè un po' ritardato, un po' lento di comprendonio per via del povero apporto nutritivo dell'esclusiva alimentazione a base di farina di mais.
Non era raro, fino a qualche anno fa, vedere girare per i paesini di montagna i poveri eredi della polenta a pranzo e cena.

Aumentando di botto, con l'aumentare delle fabbrichette venete, la quota proteica, oggi abbondante di carne suina insaccata o ai ferri ma sempre con polenta, potrebbe essersi prodotta quella variazione di cui sopra per cui dal polentone veneto si è passati direttamente al suinone veneto il quale, riconoscendosi evoluto rispetto al polentone che lo ha preceduto, prontamente si candida a sindaco così da poter emettere pubbliche suinate subito riprese dai media nazionali a riprova della moderna suinite endemica regionale.





Data l'odierna performance del nostro, l'ipotesi non ci sembra così azzardata.

sabato 22 agosto 2015

Edipo e il Kitsch/2

Nel post precedente riportavo l'originaria definizione della parola tedesca Kitsch così come descritta da Milan Kundera ne L'insostenibile leggerezza dell'essere:
...il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterario quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
In queste ultime ore su Twitter a essere definito Kitsch è stato il funerale #Casamonica. Sbagliando obiettivo, secondo me.
Kitsch non è il funerale #Casamonica. 
Se Kitsch è l'eliminazione dal proprio campo visivo di tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile, Kitsch nel caso in questione è se mai la pretesa di auto-assoluzione da ogni responsabilità di quelli che dovevano sapere (e sapevano), e ci rifilano ancora una volta un patetico "Non sapevo" illudendosi di occultare ai nostri occhi la merda. 

Sempre Milan Kundera (una vera miniera, per decifrare l'odierna Italietta super-Kitsch) scrive, a proposito del "non sapere" in uso nella Cecoslovacchia dei carri armati praghesi nel 1968:

Chi pensa che i regimi comunisti dell'Europa Centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l'unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: Siete responsabili delle sventure del paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita di sovranità (è caduto in mano alla Russia), degli assassini giudiziari.
Coloro che venivano accusati rispondevano: Noi non sapevamo! Noi ci credevamo! Nel profondo del cuore siamo innocenti! 
Non vi suonano familiari questi comunisti cecoslovacchi? 
Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile, si diceva.
Rimuovere dal campo visivo ciò che è inaccettabile è anche l'infingimento di mettersi una mano davanti agli occhi, pratica spesso adottata dai bambini, per sottrarsi alla vista di ciò che fa paura: non entrando dagli occhi ciò che fa paura (o ciò che è brutto da vedere), la paura non si insedia nella coscienza.
Perché anche a questo servono gli occhi: la realtà che vedono gli occhi, una volta vista, diventa parte della nostra coscienza.

Se non vedo, non so.
Se non so, non ne posso divenirne cosciente.
Se non ne sono cosciente, non ne ho responsabilità.

Tornando al funerale #Casamonica e al Kitsch, nel libro di Kundera si trova verso la fine la citazione del dramma di Edipo che fa al caso nostro:
Edipo non sapeva di dormire con la propria madre ma, quando capì ciò che era accaduto, non si sentì innocente. Non potè sopportare la vista delle sventure che aveva causato con la propria ignoranza, si cavò gli occhi e, cieco, partì da Tebe.
Ora, il mafioso che desidera un funerale in stile Padrino, fa il mestiere suo: il Kitsch è connaturato al mafioso. 
Mi ha sempre colpito, a proposito di Kitsch mafioso, la descrizione di un covo nel quale, si scoprì nell'occasione della mancata cattura, un noto mafioso aveva allestito un suo personale altarino davanti al quale ogni giorno accendeva un cero e pregava la Madonna. 
Uccide il mafioso, anche spietatamente. 
Ma in cuor suo si assolve dicendosi che non poteva non uccidere perché questa è la legge della mafia cui ha giurato fedeltà. 
Ha un suo codice, lo rispetta. 
E per non sapere, si mette una mano sugli occhi così che ciò che l'altra sua mano fa non entri nella sua coscienza e lo mantenga, con questo non sapere, innocente.
Ha una sua perversa coerenza, ma ne ha una.
In questi giorni, forse non a caso, davanti alle telecamere, ad affermare che tutti quelli che dovevano sapere sapevano, è infatti un Casamonica.
Non un Prefetto né un prete e nemmeno il Comune sapevano: il Comune paga dei vigili a far da scorta al funerale mafioso, per questioni di traffico, immagino, ma lo fa con una mano sugli occhi. 
Ma appunto quella mano sugli occhi dice che non potevano non sapere.
Il mafioso non teme il Kitsch, e non ha perciò bisogno di mettersi una mano davanti agli occhi per ciò che ritiene per lui bello da vedere.
Noi invece, a forza di ciechi che non sapevano, abbiamo ormai un'idea precisa di come gli funziona la vista al potere, piccolo, grande, intermedio che sia. Ma ci scandalizziamo per il Kitsch del funerale senza vedere che il Kitsch autentico, quello che elimina dal proprio campo visivo ciò che è essenzialmente inaccettabile, è quello di chi si vanta innocente con una mano davanti agli occhi così che, la cosa non vista (e quindi non saputa), non entri a turbare la sua coscienza, cioè la sua idea infantile dell'innocenza da furto infantile di marmellata.

Edipo non sa di dormire con la madre, non lo può sapere perché viene abbandonato appena nato e perciò le cresce lontano, senza mai sapere che faccia ha chi l'ha messo al mondo.
E tuttavia, quando sa, la consapevolezza del danno che la sua ignoranza ha provocato a Tebe è tale da cavarsi gli occhi (per non aver visto) e partire dalla città per liberarla dalla propria infausta presenza.
Oggi invece, non solo chi non sa non si allontana da Tebe (nessuno arriva a chieder loro di levarsi gli occhi, per l'amor di dio!), ma si nasconde dietro la scusa infantile senza alcuna vergogna.
Si è convinto, il potente o il "potentino", a forza di darcela a bere sulla sua innocenza Kitsch, che ci berremo un ulteriore "Non sapevo" con cui ormai sempre si auto-assolve in loop.
E' questa pretesa innocenza ormai completamente smascherata dall'intero paese, a essere autenticamente Kitsch. 
Lo è più di qualunque carrozza e più di qualunque elicottero che spande petali di rosa sul "Padrino".
Quelli sono così davvero, non hanno bisogno di mentire quando esprimono esattamente ciò in cui credono e ciò che sono.
Noi, invece, per quanto ancora continueremo a fingere di credere alla pretesa innocenza Kitsch degli insaputi, prima di cacciarli da Tebe?

giovedì 20 agosto 2015

La pesantezza del Kitsch

Il libro giusto al momento giusto. Capita sempre così.
Essendo una sconveniente snob, mi ostino a non leggere mai un libro (e a mai vedere un film) nello stesso momento in cui tutti e ovunque parlano di quel libro (o di quel film).
Così è successo con L'insostenibile leggerezza dell'essere, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1985, libro che mi ha perseguitato (devi assolutamente leggerlo!) per tutti gli ultimi vent'anni, che ho scelto di leggere solo ora, che non ne parla più nessuno.
E come spesso mi succede, scopro che era invece proprio ora, non allora, il momento giusto per apprezzarlo davvero.
Ora perché ciò di cui parla, ad esempio del momento in cui l'allora Cecoslovacchia viene invasa dai carri armati russi (nella notte fra il 20 e il 21 agosto del 1968, 47 anni fa!), e che metterà fine a quella che fu la "Primavera di Praga", mi ricorda la primavera che fu prima di ogni altra primavera (ucraina, araba, tunisina o egiziana che sia), e che forse è il prototipo perfetto di tutte le primavere successive.
Praga - Piazza San Venceslao invasa dai carri armati russi nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968
Proprio ora, dicevo, quei lontani fatti, alcuni raccontati e commentati nel libro di Milan Kundera, mi aiutano a comprendere meglio l'assurdo presente in cui vivo (viviamo?).
Scrive, ad esempio:
...Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò avveniva per ragioni morali, a meno che non vogliate sostenere che la merda è immorale! Il disaccordo con la merda è metafisico. Il momento della defecazione è la prova quotidiana dell'inaccettabilità della Creazione. O l'uno o l'altro: o la merda è accettabile (e allora non chiudetevi nel bagno!), oppure il modo in cui siamo stati creati è inaccettabile. Da questo deriva che l'ideale estetico dell'accordo categorico con l'essere è un mondo dove la merda è negata e tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch.
E' questa una parola tedesca nata alla metà del sentimentale diciannovesimo secolo e poi propagatasi in tutte le lingue. A furia di usarla però, si è cancellato il suo significato metafisico originario: il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterario quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.
Questa breve introduzione al significato originario della parola Kitsch (i puntini che sostituiscono la merda rendendola metafisica per occultarla), serve a Kundera per descriverne il suo concreto effetto sulla vita di una delle protagonista del libro, Sabina.
Sabina è un'artista, una pittrice. Ha frequentato la scuola d'arte nella Praga comunista e lì ha compreso un giorno che l'unico modo che aveva per esprimere qualcosa di vero nei suoi quadri, era di dipingervi uno squarcio da cui si intravvedesse qualcosa di completamente estraneo alla rappresentazione del reale, ossessione delle scuole d'arte comuniste dell'epoca. 
Come nell'Italia fascista, il bello doveva allora coincidere con la vita idealizzata dal partito: il popolo che vestito a festa va felice a una manifestazione, l'uomo muscoloso e sudato che canta felice di lavorare nelle fabbriche, i contadini che tutti insieme sono felici di mietere il grano nei campi, ecc. La vita collettiva e produttiva sono per definizione l'ideale della vita felice, e l'unica accettabile, nella dittatura comunista. 
E l'arte, essendo per "il popolo", deve magnificare la realtà così com'è, perché a nessuno sia consentito sentirsi o dirsi infelice, condizione emotiva, l'infelicità, che contiene in sé il germe della dissidenza. 
Per il nazismo, all'opposto, l'arte è per le élite, quindi può e deve essere incomprensibile al "popolo". Sarà quindi arte solo ciò che al popolo non può appartenere né lo rappresenta se non nel ruolo che gli è assegnato dalle élites: il servo o la servetta, che nel quadro spazzano o porgono il thé, mettono meglio a fuoco la ricchezza della casa padronale o l'autorità del padrone stesso, di solito amante del ritratto o, ancor meglio, del tema storico/epico, con cui il nazista ama identificarsi. 
Questi squarci di vero sulla tela comunista, queste realtà dissonanti e sognanti che Sabina inseriva nei suoi quadri sempre uguali di contadini, di fabbriche, di operai in festa, facevano di lei una sovversiva sgradita al partito unico (unici, i partiti lo sono sempre e solo nelle dittature, di qualunque colore).
La rivolta interiore di Sabina contro il comunismo non aveva carattere etico ma estetico. Ciò che la disgustava era però molto meno la bruttezza del mondo comunista (i castelli distrutti trasformati in stalle) che non la maschera di bellezza che esso portava: il Kitsch comunista [...] I sentimenti sucitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il Kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono nel prato! La seconda lacrima dice: Come è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato! E' soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch.
Carri armati russi sulle strade di Praga - La fine della "Primavera di Praga"
Nell'agosto del 1990, proprio nei giorni fra il 18 e il 20 agosto, volli assolutamente andare a Praga. Primo, perché solo l'anno prima era caduto il Muro di Berlino e Praga mi rappresentava quell'Est che fin lì aveva nutrito la mia immaginazione solo grazie ai libri. Secondo, perché il 18 agosto del 1990 a Praga ci sarebbe stato il primo concerto "oltre cortina" del Rolling Stones. Di quelle vacanze ho conservato tre oggetti: la copia di un quotidiano praghese che pubblicava, il 18 agosto 1990, le terribili immagini dei carri armati russi nelle strade di Praga nel 1968; un calendario del 1990, dal quale mi proponevo di imparare almeno i giorni e i mesi in cecoslovacco, lingua per me assolutamente incomprensibile; il manifesto del concerto dei Rolling Stones.
Su questo manifesto, molto semplice, in due colori, rosso e nero, che pubblicizza la tappa dell'Europe Urban Jungle 1990 a Praga, c'è una scritta, riportata in basso a sinistra in nero su riquadro rosso: "Tanks are rolling out, The Stones are rolling in".
Il "dentro" e il "fuori", dei Rolling Stones che entrano e dei carri armati che escono, raccontano un mondo che oggi non esiste più, né dentro né fuori (non c'è più né un dentro né un fuori): quello del comunismo sovietico, richiuso fino ad allora dietro al Muro, e per molti anni fisicamente e culturalmente separato da quell'Europa che fin lì avevo immaginata "democratica", e oggi è altrettanto scomparsa.
Cadendo quel muro, è forse successo che, come nei vasi comunicanti, mentre i tanks rotolavano fuori con i Rolling Stones, scivolava dentro l'Europa "democratica" di allora, mescolando tutto. Dopo 47 anni, siamo al punto in cui oggi che ci è impossibile distinguere fra carri armati e pietre, scivolate ovunque.
Carri armati e pietre sono ormai uniti insieme. 
Al punto che, ogni volta che mi illudo di poter ringraziare l'Unione Europea per qualcosa, mi arriva dritta una pietra in testa a svegliarmi dall'illusione di vivere in un mondo migliore di quello diviso da muri di allora. 
E' peggiore perché il Muro conteneva e separava proteggeva la mia illusione?
Non lo so, ma non credo sia questo il punto: i muri oggi li stanno sognando paesi europei molto diversi (la Francia, l'Ungheria, ecc), e qualche muro invisibile, ma molto spesso, pare separare e quindi contenere qualcosa che speravo invece di veder scorrere da una parte all'altra senza restrizioni e Trattati, puntualmente traditi.
Mentre sembra avvicinarsi a passo di marcia l'ipotesi di una Terza Guerra Mondiale, ormai senza pudore minacciata sia dal Papa che dal Presidente di una Repubblica definitivamente Kitsch, non so più distinguere nettamente ciò che di nazista questa Europa mi riporta alla memoria da ciò che di comunista è oggi "democraticamente" accettato dall'intero arco costituzionale nazionale e pure europeo. 
Tutti invariabilmente tesi a convicermi che la bellezza ideale, il mondo migliore che ci attende, è quello del Kitsch sovietico con qualche spruzzatina di Kitsch cinese, magari un po' di comunismo Kitsch coreano ma organizzato da nazisti redivivi e in gran spolvero i quali risparmiano oggi sulle camere a gas lasciando milioni di europei a morire di stenti così seppellirsi a proprie spese e a zero infrastrutture obsolete.
Ecco una delle ragioni per cui L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera è oggi la mia lettura giusta al momento giusto: rivedendo all'indietro la storia, mi accorgo che il mondo prosegue sempre a spirale: sembrano prodursi nel breve tempo alcune variazioni/miglioramenti, mentre in realtà si tratta solo di aggiustamenti di tiro dittatoriali (la sorte umana è da sempre la stessa, tranne qualche rara sospensione della follia).
Mentre leggevo (fra gli altri) il paragrafo qui sotto, vi riconoscevo non tanto la Praga sovietica, quanto l'Italia in cui è oggi sconveniente esprimersi contro l'invasione molto sospetta dei migranti, ricordare ai traders convinti che i loro soldi non risolvono niente e agli economisti della porta accanto che un rialzo in Borsa non aggiunge ormai un solo posto di lavoro mentre i poveri continuano (in silenzio) a suicidarsi.
Che la carità, per essere tale, dovrebbe rimanere un gesto personale, spontaneo ed estemporaneo, non venir forzata e finanziata dallo stato fino a farsi holding strutturata al punto di oggi proporsi perfino di quotarsi in Borsa. 
Che il nostro essere d'animo gentile nei confronti dei bisognosi non va confuso con l'abuso dei mantra sugli aiuti obbligati e moralistci per nascondervi dentro i tradimenti quotidiani sulla verità tragica che si profila al nostro orizzonte.
Che non bastano valanghe di tweet hashtaggati #italiacheride, #italiachesiriprende, #italiachenonmolla, #italiafeliceeproduttiva, #italiacheaccoglietutti, #italiache siblocca e #italiachesisblocca, #italiachethanksarerollingoutTheStonesAreRollingIn"
Nel regno del Kitsch totalitario, le risposte sono già date in precedenza ed escludono qualsivoglia domanda. Ne deriva che il vero antagonista del Kitsch totalitario è l'uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro...[...] E' però vero che quelli che lottano contro i regimi totalitari possono difficilmente lottare con interrogativi e dubbi. Hanno anch'essi bisogno delle loro certezze e verità semplici che siano comprensibili al maggior numero di persone e provochino una lacrimazione collettiva [...] il Kitsch è l'immagine di un focolare tranquillo, dolce, armonioso, dove regnano una madre amorevole e un padre saggio [...] nel momento in cui il Kitsch è riconosciuto per la menzogna che è, viene a trovarsi nel contesto del non-Kitsch. Perde in tal modo il suo potere autoritario ed è commovente come qualsiasi altra debolezza umana. Perché nessuno di noi è un superuomo capace di sfuggire interamente al Kitsch. Per quanto forte sia il nostro disprezzo, il Kitsch fa parte della condizione umana.
Per depotenziarne la venefica melassa, è necessario quindi riconoscerlo, il Kitsch. 
Per me, oso dire che questo paese, quest'Italia dei tweet governativi e delle prediche presidenziali dal pulpito dell'holding della sussidiarietà quotata in Borsa, è un paese indiscutibilmente Kitsch.
Non ridicolo (che sarebbe qualcosa), non volgare (che sarebbe qualcosa),  ma finto più di uno spot che ci invita via tweet a comprare dolci merendine tossiche (con la casetta e il mulino) per ricordarci che, come in ogni dittatura, solo la pubblicità è vera.
E la pubblicità, andrebbe però ricordato, non è che l'anima del commercio.
Il tweet governativo e auto-promozionale è la tela sulla quale è dipinto il nuovo mondo dittatoriale del "popolo" felice e produttivo.
Non mi sento felice né "produttiva".
Credo di essere rotolata fuori dalla tela.

mercoledì 12 agosto 2015

Responsabilità e Libertà

"...la responsabilità è impensabile senza la libertà..." 
M. Kundera - Lo scherzo - pag. 125 - Ed. Adelphi
La libertà è inversamente proporzionale all'indipendenza e/o all'autosufficienza economica 
- la blogger 

Se ne deduce che richiamare al senso di responsabilità (civile, sociale o altro) i numerosi attuali "incapienti", è null'altro che una riedizione in chiave orwelliana dell'usuale doppia morale schiavista, quella che prima riduce le persone allo stato di "incapiente" (il termine, di nuovo conio, mi risulta perverso quant'altri mai), poi pretende che gli incapienti siano civilmente "responsabili" verso la società richiamandoli, quand'anche facciano la fame, al puntuale pagamento di tasse, imposte, costi correnti e al mantenimento degli standard "civili" della società da cui sono stati cinicamente esclusi.

Penso ad esempio alla perversione di chiedere, alcuni comuni, di ripagare con "lavori socialmente utili" quelle tasse comunali (Tasi, asporto rifiuti, ecc.) che l'incapiente non è più in grado di pagare per la scomparsa del suo reddito da lavoro. 
Scomparsa di cui è responsabile un sindaco non meno del governo in quanto, eletto ai voti a rappresentanza di una precisa parte politica, si dichiara innocente "amministratore" dal giorno dopo, quasi che i suoi atti da sindaco non avessero sempre valenza politica, anche e soprattutto quando si adegua senza una critica o una resistenza a decisioni prese dal suo partito senza muovere mai, sulla base dell'esperienza quotidiana dei danni che tali decisioni provocano, la benché minima opposizione a leggi che gli calano dall'alto senza sfiorarlo che come seccature amministrative da risolvere salvando i bilanci. 
Così, se vengono a mancare introiti di tasse locali o multe, ecco che anziché soccorrere lui i cittadini alla fame, che infatti rimanda a Caritas e cooperative finanziate dallo stato, chiede agli stessi di lavorare gratis per il comune fino a ripagargli le tasse non versate.

(Non fanno così anche gli schiavisti? Leggetevi I nuovi schiavi di Kevin Bales)

E' tempo, in questo caldo agosto 2015, di schiarirsi le idee: si paga allo stato nella stessa misura in cui lo stato garantisce le condizioni minime per provvedere alla propria indipendenza economica.
In assenza di tali minime garanzie viene a cadere quel patto sociale per cui lo stato chiede nella misura in cui da (nel senso di creare le condizioni perché quell'indipendenza economica si concretizzi).
Cadendo quel patto, l'unica responsabilità possibile è quella che ognuno deve per primo a se stesso, che ci riporta alla dura legge della giungla: per la sopravvivenza, si lotta e si muore sempre da soli contro tutti.
Il resto, gli "aiuti", le Caritas, le cooperative, le associazioni di volontariato, ecc. sono null'altro che artifici e manipolazioni operate sulla fragilità estrema della povertà allo scopo di continuare a depredarla ancora di ogni goccia di energia fisica e psicologica, così che scompaia anche l'ultimo residuo di dignità in chi è ormai ridotto alla mera dipendenza, cioè alla schiavitù.