venerdì 24 ottobre 2014

The Corporation

Ieri sera ho visto The Corporation, film uscito nel 2003 che parla appunto delle corporazioni, cioè delle multinazionali.
Non dice forse niente che già oggi non si sappia, almeno a spanne e per intuito anche il più distratto sa quale sia il peso delle decisioni di queste sulla politica e sui governi in ogni parte del pianeta Terra.
Vedere oggi questo film è quasi più importante che averlo visto allora, quando è uscito nelle sale.
Lo è tanto di più nei giorni in cui sono in corso i negoziati per il TTIP, il Trattato Transatlantico fra UE e Stati Uniti per il libero scambio sul commercio e gli investimenti.
Tanto più di allora andrebbe visto ( o rivisto) oggi perché, nel corso delle circa due ore del film, vengono spiegati i fini imprescindibili delle Corporation, la cui natura giuridica ne definisce lo scopo, che è sempre e solo uno: fare soldi.
In ogni angolo della Terra, in ogni paese, in ogni settore.
Non hanno nemici né preferenze politiche di sorta: sponsorizzano, comprano (o vendono) tutto ciò che può produrre un guadagno.
Finanziano guerre ma anche rivoluzioni (pure quelle colorate, sì), non stanno né a destra né a sinistra, non hanno simpatie né ideologie, non hanno interessi per una materia prima piuttosto che per un'altra: non hanno un'anima né hanno sentimenti esattamente come non ne hanno i soldi, la loro ragione di esistere.
Hanno solo un obiettivo, quello che sta in cima a tutti e giustifica la natura giuridica che le definisce: soldi, denaro, dollari, euro, yen o rupie non importa, basta che siano guadagni.
Nel film vengono messi in fila alcuni temi cruciali, dalla privatizzazione dell'acqua a quella dell'aria, dall'appropriazione delle terre a quelle delle sementi fino ai brevetti su questi e sul dna, il tutto mediaticamente venduto come si trattasse di "progresso scientifico" di cui l'umanità deve andar fiera mentre l'osservazione della realtà ci dice che ogni aspetto della vita sulla Terra è devastato dalla ricerca di profitto del capitale.
Nel 2003, quando il film è uscito, anche se i temi mi erano noti, si trattava per me come di una specie di nuvola grigia sospesa sopra i cieli americani, allora governati da G. W. Bush cui l'allora nostro Presidente del Consiglio, tale B., teneva il paese incollato a tv e media per le sue comparsate al fianco del Presidente cow boy.
Oggi, in cui siamo all'ultimo criciale scampolo di possibilità di difesa di un minimo di interesse comune, quello che ogni essere umano sano di mente dovrebbe avere fra i più cari, cioè la sopravvivenza, le comparsate le fa un altro jolly nostrano, ma la direzione è esattamente quella di allora: onorare il Capitale.
Una volta firmato il TTIP, nei mercati (e supermercati) europei tutto sarà vendibile e tutto sarà edibile, se a imporlo sarà la strategia commerciale di una multinazionale.
Non importa se, come viene ben documentato nel film, il latte che sarà distribuito nei supemercati europei sarà, come oggi ancora avviene in molti stati americani, latte prodotto da mucche drogate con farmaci che le fanno ammalare le quali poi cedono farmaci e residui di infezioni in un latte malato che non c'è pastorizzazione che possa sanarlo.
E' solo un esempio, nel film ve ne sono molti altri in vari altri settori, tutti ben documentati.
Insomma, due ore ben spese anche se i temi trattati sono (o sembrano) già noti.
E' ora che più di sempre è il caso di rifarsi un check-up per essere certi di aver capito cosa significhi davvero il TTIP.
Vedetelo, trovate un paio d'ore e vedetelo.
Per essere un po' più consapevoli del perché una guerra è sempre la benvenuta in Borsa o del perché un dittatore è spesso necessario alla realizzazione degli obiettivi di una multinazionale e se recalcitra bisognerà pur farlo fuori, con ogni mezzo, affinché non intralci l'obiettivo n° 1 delle multinazionali: fare soldi.
Nel film il concetto viene ribadito più volte, non ha sentimenti né ideologie, solo un unico immenso grande obiettivo: "ogni devastazione è un'opportunità", dice testualmente uno dei dirigenti di queste società di squali.
Non importa come, con cosa, perché, con chi e dove: fare soldi è la ragione stessa per cui una multinazionale esiste.
Fare soldi, fosse anche creando una banca che i soldi se li inventa premendo solo un tasto e digitando dei numeri sul computer per poi vendervi quei soldi mai esistiti davvero con tassi d'interesse che faranno di voi uno schiavo perfetto e quindi adatto per far loro produrre altri soldi con la vostra povertà.
Senza cattiveria e senza alcun altro sentimento: quindi, sono innocenti. 
Fanno soldi, punto e basta.
Che c'è di male?

lunedì 20 ottobre 2014

Succede in Grecia. E in Italia?


Da L'antidiplomatico 
Immagine da Carlo Adelio Galimberti - Il ratto d'Europa
Un padre disoccupato disperato è entrato nell'ufficio delle imposte a Rodi con in braccio il suo figlio di un anno e mezzo e ha gridato: “prendetelo”
. Di fronte ad un impiegato impietrito ha proseguito: “Non sono più in grado di alimentarlo”. Ad uno dei tanti greci ridotto all'indigenza da quattro anni di commissariamento della Troika, il giorno prima l'ufficio delle imposte aveva confiscato le 300 euro presenti nel suo conto bancario, soldi che erano stati versati dalla madre divorziata per il sostentamento del piccolo. Il blog Ktg riporta l'intera vicenda.


Il padre di 35 anni, uno delle centinaia di migliaia di disoccupati di lunga durata del paese, ha spiegato che senza quel denaro lo stato lo stava privando della possibilità di sfamare il suo bambino e di crescerlo con dignità.

Secondo la nuova legge sulla confisca per debiti in vigore in Grecia, gli uffici delle imposte possono automaticamente prelevare il denaro dai conti correnti dei debitori a meno che non si tratti di meno di 1500 euro e non siano registrati come “non confiscabili”. Dopo che il caso è divenuto nazionale per l'indignazione di tutto il popolo, l'ufficio di Rodi ha promesso la restituzione dei soldi, che avverrà con i famosi tempi tecnici del paese.
In una Grecia al collasso economico e sociale, lo stato sta procedendo a confiscare le ultime gocce di dignità rimasta alle decine di migliaia di debitori per necessità di sopravvivenza. Numeri e “surplus di bilancio” in un paese sotto commissariamento della Troika, del resto, sono più importanti dei destini degli esseri umani.
Ma per per le grandi cifre e i grandi debiti di banche e istituti, lo stato arriva sempre ad un compromesso: la scorsa settimana il governo di coalizione di Nuova Democrazia e Pasok ha fatto passare in Parlamento un nuovo regolamento che prevede che “il 40% dei finanziamenti pubblici ai partiti politici non possono essere confiscati”. Lo scrive reporter.gr. Secondo il principale partito d'opposizione SYRIZA, i debiti di Nuova Democrazia e del Pasok verso le banche ammontano a circa 300 milioni di euro.
Recentemente, il ministro dell'educazione Andreas Loverdos ha dichiarato che un istituto privato con debiti con lo stato di decine di milioni di euro ha trovato un accordo che prevede pagamenti di soli 160 euro al mese. Saranno morti (di fame) i nipoti di quei debitori disperati a cui oggi lo stato confisca i conti correnti e la Grecia non avrà ancora riottenuto tutti i soldi da quell'istituto. 
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E in Italia?
Qualcuno ha notato che da qualche tempo sono scomparse le notizie sui drammi di chi non ha più altro che debiti e difficoltà a tirare sera?
Drammi contro cui lo Stato, anziché provvedere un reddito di esistenza a chi è già al di sotto della soglia di povertà, continua ad accanirsi anziché dichiarare quei debiti, dei quali è il primo responsabile, inesigibili. 
Proliferano invece sui media insulse discussioni sugli 80€ come e a chi, quasi che quegli stessi 80€ non fosse chiaro a chiunque che non sono né un regalo né un aiuto, bensì un orrenda burla ai danni delle tasche di tutti gli italiani.
Con o senza busta paga. Con o senza debiti con il fisco. Con o senza uno stipendio o una pensione.
Il banco non paga mai, nemmeno ai tavoli da poker.
Figuriamoci se pagano gli esperti al gioco delle 3 carte.

venerdì 17 ottobre 2014

Fughe inconsapevoli

Scrive Piotr in un lungo (terribile) post ripubblicato su Megachip:
"...non è nascondendo la testa sotto la sabbia che si evita di fare i conti con la propria coscienza. Alla fine saremo costretti a cercare di capire se una coscienza ce l'abbiamo oppure no.

Siamo infatti di fronte a un punto di non ritorno, un punto in cui la domanda sarà secca: "Ce l'ho o non ce l'ho una coscienza?"
E' una delle domande più scomode che un essere umano possa porsi, quella sull'avere o meno una coscienza.
Raimon Panikkar, nel suo Il silenzio del Buddha (ed.  Mondadori - pag.149/150), richiama a una realtà piuttosto comune, per quanto attiene l'aver "coscienza". 
Scrive:
"...Tre sono i grandi problemi che si presentano alla coscienza umana e hanno inquietato l'umanità da quando ha cominciato a servirsi della propria facoltà pensante. Tre sono i grandi ambiti della realtà che, in un modo o nell'altro, la coscienza umana ha identificato fin dal principio: la terra, il cielo e l'essere umano. Sono tre sfere irriducibili ma inseparabili...L'uomo ha coscienza del mondo che lo circonda...L'uomo sembra provare poca curiosità nel conoscere se stesso...La coscienza è piena ma l'autocoscienza non si è ancora destata..."
In altre parole, ci ricorda che non è data piena coscienza del mondo senza coscienza di sé. 
In un altro passaggio scrive che consapevolezza è conoscenza, che solo la coscienza di sé e la conoscenza del mondo intorno a sé (terra, cielo, essere umano) può dirsi autentica consapevolezza.
Coscienza, conoscenza, consapevolezza: termini abusati, oggi. 
La consapevolezza ormai si vende come qualsiasi altra merce: si tengono sulla consapevolezza corsi (a pagamento), si producono valanghe di libri, si organizzano costosi seminari e workshop il cui risultato concreto è, nel 99% dei casi, l'apprendere l'arte (dimenticata nel giro di un paio di settimane vissute nel mondo), dell'astrarsi da sé, del dimenticarsi del mondo intorno a sè per trovare consolazione (dietro pagamento) in un'idea ovattata del mondo che esclude il mondo stesso per indicare solo il cielo sopra di sé o una vaga interiorità. 
Vuota, è meglio.
Ma se siamo tutti vittime inconsapevoli di racconti su realtà di cui non abbiamo conoscenza, come possiamo dirci "coscienti" di ciò che la realtà sia?
Ci assale spesso il dubbio, ci ritroviamo sempre più spesso a provare disgusto per la realtà intorno a noi e ci assale a volte perfino un sotterraneo terrore per certe realtà di cui veniamo a conoscenza grazie a notizie (manipolate) e a immagini (manipolate).
Ma all'inquietudine per quelle notizie e quelle immagini ci sottraiamo un momento dopo, cercando l'evasione e la distrazione che ci salvino dalla paura.
Scappiamo sempre, costantemente, in ogni attimo della giornata verso qualcos'altro che non sia ciò che abbiamo davanti agli occhi.
Scappiamo a Natale verso l'isola felice e a Pasqua verso riedizioni di improbabili fattorie biologiche che ci restituiscano l'idea di un mondo sognato ma inesistente, non reale se non in quell'isola perché frutto, come quasi tutto il resto, di un'operazione di marketing rivolta proprio al nostro desiderio di fuga da una realtà che sentiamo insopportabile.
Ci consoliamo, ci accontentiamo, ci raccontiamo su noi stessi la favola delle nostre buone intenzioni fuggendo a gambe levate da quella presa di coscienza che ci chiamerebbe a una presa in carico della nostra quota parte di responsabilità per quanto ci accade intorno. 
Ci salviamo la quotidianità grazie alla favola che ci raccontiamo sulle nostre buone intenzioni.
Ma le buone intenzioni, i buoni pensieri, i buoni sentimenti, sono quelli che spingono all'azione.
Senza azioni conseguenti all'intenzione non si può parlare di coscienza, né quindi di conoscenza né tantomeno di "consapevolezza".
Temo che questa sia la storia: digeriamo alla fine tutto, ma proprio tutto tutto, a patto che nessuna cosa impatti sul nostro sacrosanto desiderio di fuga dalla sgradevole realtà che siamo costretti a vivere. 

Sento vocine sussurrarmi: 
"Ma che dovrei/potrei fare io? Il mondo è sempre stato così e io già fatico a vivere e a tirar sera..."

Più che giusto, tranne che prima di chiedersi "Cosa fare?" è necessario aver preso coscienza (cioè conoscenza) della realtà della terra, della realtà del cielo, della realtà umana. 

"La coscienza è piena, ma l'autocoscienza non si è ancora destata"
E questo temo sia il punto.
Anche per me, sia chiaro. 
Per questo la domanda di Piotr "Ce l'ho o non ce l'ho, una coscienza?" mi colpisce con tanta forza da buttarmi a terra al primo colpo. 

giovedì 9 ottobre 2014

Ad Memoriam

Statuto dei Lavoratori - 20 maggio 1970-9 ottobre 2014
Dopo lunga detenzione e nella totale inosservanza del punto 2 della Terza Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra (L'esigenza di fedeltà al proprio paese del prigioniero), è deceduto stanotte per maltrattamenti e tortura, lo Statuto dei Lavoratori.
Pur noti gli assassini, pare certo che non saranno consegnati alla Giustizia né subiranno alcun processo per omicidio colposo.
Sarà insediato sul dittatoriale trono il figlio degenere ottenuto per manipolazione dei fini, lo Schiavismo Legale di massa, partorito stanotte grazie al noto (blow)Jobs Act.
Morto lo Statuto, lo Schiavismo di massa sarà insediato con potere di legge e con gli onori dovuti a un "salvatore della Patria". 

Certe morti assumono fin da subito potenza simbolica.
E affinché nessuno dimentichi l'odierno omicidio rituale, questo assassinio venga scolpito sulla pietra a memoria dei posteri i quali, di tutto ciò che era fino a ieri, nel giro di qualche anno non avranno più alcuna memoria o, se ne avranno una, sarà nella versione manipolata ad arte e imposta dagli assassini stessi.

Ringraziamenti:
- rendo onore e ringrazio per l'indomita lotta i senatori del M5S, unici degni di chiamarsi ancora cittadini in questo paese ormai definitivamente in mano a banditi.

P.S.
Vorrei intentar causa a tutti quei responsabili di governo i quali, ad ogni omicidio della legalità, della Costituzione, dell'economia, del dissesto ambientale e sociale (ultimo cadavere quello di stanotte), che si riflette a mio danno diretto, hanno vantato di avere avuto anche il mio sostegno, in quanto italiana, nell'attuazione delle loro azioni criminali.
A titolo di esempio, cito: 
1. "gli italiani mi sostengono"; 
2. "gli italiani mi hanno votato"; 
3. "gli italiani non ne possono più di sceneggiate"
4. "lo vogliono gli italiani";
5. "gli italiani sono con me"
Tali affermazioni sono notoriamente false e fortemente offensive perché lesive della mia dignità e distorcenti la naturale percezione della mia integrità morale.
Non ho mai dato alcun assenso, come italiana, a nessuna delle azioni condotte fraudolentemente in mio nome e contro gli interessi del paese in cui abito e in subordine dei miei stessi interessi.
La reiterazione nel tempo di tali false affermazioni, ribadite ossessivamente ad ogni cambio di governo, uguali nella falsità anche quando riferite da persone diverse, ha minato nel tempo la mia autostima fino a precipitarmi in una sorta di raccapricciante stupore catatonico per impossibilità reattiva.
Voglio da costoro tutti, un congruo risarcimento per i danni personali biologici/sociali/esistenziali subiti di cui sono direttamente responsabili.

domenica 5 ottobre 2014

Le rivoluzioni di successo

Scrive Roberto Saviano, L'antitaliano:
"...Ma al di là di questi miei ricordi personali, l’invito ai ragazzi, quelli che ancora non si riconoscono nei fallimenti di questi ridondanti agit-prop, è di guardare il documentario “Everyday Rebellion”, un documentario preziosissimo dei Riahi Brothers....Un documentario che mostra come questi movimenti vadano oltre le miopie ideologiche e raccolgano diversi modi di pensare uniti in una consapevolezza: così non si può andare avanti. La crisi economica e i regimi stanno distruggendo le possibilità di felicità, il lavoro, la serenità. E ci si unisce molteplici in nome di rivendicazioni comuni, non animati dall’odio o dalle teorie del complotto."
Non so che documentario abbia visto Saviano ma forse ne abbiamo visti due diversi con lo stesso titolo.
O forse, è che è rimasto così colpito dalle frasi iniziali che riporta nel pezzo da essersi completamente perse quelle verso la fine.
Più che mostrare questo documentario quanto "questi movimenti vadano oltre le miopie ideologiche", Everyday Rebellion è se mai la conferma che questi movimenti (Occupy, Indignados, Femen, Tahrir, arancioni, verdi, etc), non sono che un format per realizzare rivoluzioni di successo.
Sono esportabili ovunque uguali, con piccoli aggiustamenti locali, perché uguali sono gli obiettivi: buttare giù governi recalcitranti nell'adottare leggi favorevoli agli affari di banche, multinazionali e corporations, le quali hanno ormai bisogno di fare il salto definitivo: da suggeritori dietro le quinte a esecutori testamentari del pianeta.
Non manca infatti di citare sospetti che circolano da tempo sui finanziatori di questi movimenti, su come vengano reclutati e addestrati quei leaders inizialmente spontanei che diventeranno poi i dealers, gli "esportatori della rebellion" quale unico metodo vincente per manifestare la propria rabbia in modo educato e social.
Il movimento, spiega il documentario, sarà sempre e solo "democratico", "pacifista", "colorato", "creativo", e 2.0.
Avremo giocolieri e art-attack all'opera pronti a inventare modi originali di rompere le scatole al potere facendo però ben attenzione a non fargli nemmeno un graffio, almeno finché non è il momento dell'entrata in scena della carica della polizia.
Allora in piazza rimangono solo i fessi, quelli che incazzati lo sono davvero e ci han creduto, che bastasse essere colorati e creativi e social.
C'è un passaggio, verso la fine, in cui si riprende la leaders delle Femen a Parigi, dove tiene dei veri e propri corsi di addestramento alle nuove volontarie, selezionate in base a standard precisi: giovani, carine, fotogeniche, magre, disposte ad apprendere l'arte "rivoluzionaria" di esporre il seno dipinto o il corpo nudo coperto da qualche scritta contro il bruto di turno. Nulla è lasciato al caso e nessuna può uscire dallo schema teatrale preordinato, pena l'espulsione dal gruppo.
Si vedono leaders degli Indignados che alle ragioni della gente, che in piazza scende perché ha problemi veri e ha voglia di esprimere la propria rabbia con le proprie parole, sfornano risposte sedative confezionate minuziosamente a tavolino, indicano comportamenti prestabiliti da osservare perché quelli e solo quelli garantiscono un successo di pubblico.
Se ne ricava l'idea di un marketing applicato alla realizzazione di uno spettacolo di piazza cui nessuno vorrà mancare.
Poi, ottenuta la caduta del governo del paese oggetto di attenzione, tornata la "democrazia" post polizia, di questi favolosi Occupy, Femen, Indignados e piazze Tahrir non se ne sente più parlare.
E vorrai farti una domanda nella vita sul perché Occupy stia uguale un giorno a New York e l'altro a Hong Kong, o no?
Ti verrà un piccolo dubbio che magari qualcosa non quadri se ogni piazza si ripete uguale in grandi metropoli ma solo in sequenza, mai in contemporanea, così che Occupy è prima a New York, poi a Madrid, poi a Tunisi, poi a Kiev, etc., o no?
Certo son belle a vedersi, le rebellion cui tutti vogliono partecipare e si organizzano portando salsicce, tende per la notte e matite colorate per i bambini.
I problemi sono reali, e sta lì il punto di forza: non serve pagare la gente comune perché ti faccia da Occupy-comparsa: basta che spendi appena un po' per finanziare l'organizzazione di quella rabbia che tu corporation hai prodotto e ottieni, grazie all'uso scenografico di quella rabbia che riempie la piazza, nuovi governi, più miti e collaborativi nei quali puoi anche piazzare senza che nessuno ti osteggi un paio dei tuoi, esperti senz'anima adattissimi a dirigere le nuove mortifere danze.
Chissà poi perché Occupy in Italia non ha mai attecchito? 
Forse perché abbiamo già gli Arlecchini servitori di 2 (o più) padroni?